La Critica

L’unità della teoria e della pratica nel proletariato contro la cosiddetta “ scuola-lavoro ”, come moderna forma di lavoro schiavistico.

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“   …   Il lavoratore medio opera praticamente, ma non ha una chiara coscienza teorica di questo suo operare-conoscere il mondo; la sua coscienza teorica anzi può essere << storicamente >> in contrasto col suo operare.   Egli cioè avrà due coscienze teoriche, una implicita nel suo operare e che realmente lo unisce a tutti i suoi collaboratori nella trasformazione pratica del mondo, e una << esplicita >>, superficiale, che ha ereditato dal passato.   La posizione pratico-teorica, in tale caso, non può non diventare << politica >>, cioè quistione di << egemonia >>.   La coscienza di essere parte della forza egemonica (cioè la coscienza politica) è una prima fase di una ulteriore e progressiva autocoscienza, cioè di unificazione della pratica e della teoria.   Anche l’unità di teoria e pratica non è un dato di fatto  meccanico,  ma un  divenire storico,  che  ha  una  sua  fase elementare  e  primitiva  nel  senso di << distinzione >>, di << distacco >>, di << indipendenza >>.    Ecco perché altrove ho osservato che il concetto-fatto di egemonia ha rappresentato un grande progresso << filosofico >> oltre che politico-pratico.   …   “.

Abbiamo scelto di introdurre con questa mirabile citazione di Antonio Gramsci [ Quaderni del carcere  –  Appunti di filosofia, materialismo e idealismo  –  Terza serie  § (169) ], l’approfondimento sul nuovo fenomeno introdotto dai governi borghesi in Italia, detto di SCUOLA-LAVORO, non per un vezzo dottrinario o culturale, bensì perché è necessario confutare alla radice la motivazione ideologica (comunque di pretesa “ideologia borghese”) che viene portata a giustificazione di una indegna, ulteriore operazione di attacco alla rigidità del mercato della forza lavoro nel nostro Paese, sui cui caratteri concreti interverremo nel seguito.

Vi sono infatti alcuni docenti che amano definirsi di sinistra, se non addirittura comunisti, e che si dimostrano interessati, se non addirittura entusiasti dell’introduzione, prima in via sperimentale e facoltativa dai governi di centro-destra, e poi in via definitiva dai governi di centro-“sinistra”, di questo istituto che avrebbe l’ambizione di unificare teoria e pratica tramite una finta integrazione tra la scuola ed il lavoro.

Si badi bene, non indichiamo qui gli insegnanti appassionati dei cosiddetti progetti, tutti tesi ad assicurare ogni tipo di servaggio pur di racimolare qualche euro in più e/o accattivarsi le simpatie acritiche di un dirigente scolastico o di un ispettore influente.   E neppure, ovviamente, di quei militanti politici o sindacali, cui la pratica di massa fornisce tutt’ora gli strumenti per valutare il peso negativo di una controriforma del genere.  Stiamo, invece, scrivendo di quelli che hanno fatto il ’68 e pure il ’69 e che, avendo abbandonato ogni forma di militanza o qualunque ottimismo della volontà, si dedicano oggi a realizzare una sorta di by-pass della Storia, illudendosi che faccia bene alla (falsa) coscienza propria e delle masse popolari la semplice riproposizione nominalistica di un obiettivo  epocale,  proprio  invece  dei  marxisti-leninisti.

Ad aiutarli in questo percorso perverso, soprattutto per gli studenti proletari e per le loro famiglie, sono le concezioni che si sono affermate di fatto nella società italiana, quelle che sostengono che tutto ciò che è nuovo è bello.

Queste  concezioni  rappresentano,  tra  le  altre,  forse  le  più  insidiose  e  mistificanti.

Oggi, dunque, con il “nuovismo” che ai più, ma non a quelli che la scuola la conoscono bene e la amano,  sembra  essere  una grande conquista degli studenti e delle loro famiglie, si afferma il grande imbroglio: la scuola-lavoro.

E’ bene subito chiarire che cosa non rappresentano queste ore sottratte agli orari curriculari.

Non rappresentano nuove o surrettizie forme di attività di apprendistato, che vengono tutt’ora regolamentate da combinati normativi tra leggi europee, nazionali, regionali e gli stessi contratti nazionali lavorativi di categoria. Tali istituti riconoscono un minimo di tutela salariale e previdenziale e, soprattutto, garantiscono un riconoscimento legale e formale, oltre che fattuale; come si dice oggi fanno pure curriculum.   E’ bene qui ricordare, tra l’altro, che l’apprendistato rappresenta uno degli istituti più antichi, nato con la nascita stessa dell’industria manifatturiera, formalizzato già da Eduardo III d’Inghilterra nel 1349 nello statute of labourers, per essere poi pienamente istituzionalizzato  con  le  law  of  apprenticeship,  approvata  in  epoca  elisabettiana.

Men che meno sono equiparabili a corsi di formazione professionale, formazione assicurata oggi da riconosciuti Istituti statali, ma soprattutto da leggi, normative, strutture pubbliche o private abilitate, percorsi formativi che in ogni caso danno luogo a riconoscimenti qualificanti (diplomi e titoli abilitanti, qualifiche, certificazioni, ecc.).

E non sono neppure assimilabili a percorsi di formazione finalizzati e gestiti autonomamente da enti di natura privata, più o meno legati ed omogenei a gruppi industriali, tecnologici, finanziari, della ricerca, del marketing, della comunicazione.  Si tratta spesso di iniziative speculative e di dubbio spessore qualitativo, ma hanno comunque il discutibile obbligo di confrontarsi con il “mercato”,  seppure  padre  di  cotante  nefandezze.

Come e dove, allora, potremmo collocare delle attività finanziate e a rilevante carico dello Stato (compresi gli aspetti logistici, di costi diretti o indotti, di gran parte del management, della stessa selezione dei soggetti), affidate in esclusiva e senza evidenza pubblica a soggetti privati, sulla base spesso di conoscenze nella burocrazia ministeriale ai vari livelli e di vaghe e sommarie esperienze (qui i curriculum valgono veramente poco), attività che impegnano gli studenti direttamente in tali aziende, senza alcuna tutela sindacale, previdenziale, infortunistica (gli aspetti assicurativi sono ambigui e di dubbia definizione),  e  soprattutto  senza  un  euro  di  salario ?

Concentriamoci su quest’ultimo aspetto, che è sicuramente il più grave, senza nulla togliere agli altri perniciosi risvolti che connotano questo nuovo istituto con pretese didattiche.

Dunque, come chiamereste un lavoro qualunque, che si costringesse ad effettuare a fronte di nessuna remunerazione?

Sicuramente  in  solo  modo:  lavoro  schiavistico.

Siamo dunque tornati ai secoli e ai millenni passati, con forme di attività che impegnavano i lavoratori  in  quanto  schiavi  o,  in  successione  storica,  in  quanto  servi  della  gleba ?

Però, attenzione: in quelle organizzazioni del lavoro al signore-padrone, o vassallo che fosse, spettavano  gli  oneri  esclusivi  del  mantenimento,  del  vitto,  della  salute,  della  cura  post-incidenti,  il  tutto  per  lo  schiavo  stesso  e  talvolta  per  tutta  la  sua  famiglia.

Ancora,  attenzione:  in  quelle società vigevano pure gli istituti cosiddetti dei beni comuni, a partire dall’utilizzo gratuito dell’acqua, di alcune verdure e di altri prodotti naturali, nonché al trasporto  gratuito  da  e  verso  i  luoghi  fisici  presso cui  si  espletava  l’attività  lavorativa.

Osserviamo, invece, quanto accade oggi ad un nostro studente-tipo, impegnato obbligatoriamente  nelle  magnifiche,  eclatanti  e  progressive  attività  di  scuola-lavoro.

Come abbiamo scritto egli non viene remunerato in alcun modo, non ha diritto ad alcun rimborso spese, neppure delle spese di trasporto, deve pagare le tasse scolastiche a fronte anche di quelle ore divenute curriculari, deve comunque pagarsi, o far pagare alle proprie famiglie, il vitto ed ove richiesto  l’alloggio,  dovendo  far  fronte  all’acquisto  degli  strumenti  didattici  necessari.

Dobbiamo  concludere,  quindi, che queste subdole, inedite forme di sfruttamento giovanile, ancor più del proletariato giovanile,  sono addirittura le peggiori immaginate ed applicate dall’essere  umano  nella  sua  ultramillenaria  storia.

Il tutto a fronte di una pretesa, spesso aleatoria esigenza di anticipare ed abituare i giovani alle vere esperienze di lavoro.    Non  sembra,  invece,  che  tali  vessazioni  siano  finalizzate  ad  abituare i  giovani  studenti  ai  livelli  più  alti  e  più  brutali  dello  sfruttamento  padronale ?

La cronaca di molti, concreti casi di questo tipo di lavoro schiavistico ci racconta, inoltre, di mansioni qualitativamente non consone e non omogenee ai corsi di studio in itinere, con alunni impegnati in call-center, in negozi come commessi, in bar e ristoranti come camerieri ed altro ancora.  Senza minimamente intaccare la grande dignità di tali mansioni, ci si chiede quanti ragazzi le esercitino fuori dagli orari di studi, certo con salari bassi ma con salari, forse, è vero, senza oneri assistenziali e previdenziali. In quei casi, però, i relativi padroni sarebbero almeno perseguibili e sanzionabili per legge.

Come contraltare a questo tipo di esperienze, se ne verificano altre che pretenderebbero di simulare i processi di progettazione, statup, management a regime e gestione di un’azienda virtuale, sui cui esiti si andrebbe addirittura a misurare la capacità padronali di uno studente, nella pratica invece completamente estraneo alle logiche del profitto e all’esercizio dello sfruttamento capitalistico.  Queste esperienze, direttamente mutuate da idee progettuali di Confindustria o Confcommercio, in precedenza adottate in via sperimentale, agiscono come una sorta di adattatore ideologico  delle  energie  intellettuali  degli  studenti,  sottratte  così  ad  ogni  tentazione  egemonica da  parte  della  classe  operaia.

Non  meno  esecrabili sono ancora le esperienze che si realizzano nella pubblica amministrazione,  laddove  si  potrebbe  pensare  a  finalità  più  nobili, perché magari più socialmente utili.   Nulla di tutto ciò:  i  ragazzi  vengono utilizzati nei ruoli più sgraditi, legittimamente rifiutati dai lavoratori di ruolo, perché  neppure previsti nei contratti nazionali di lavoro.   Ruoli   che   prevedono  esclusivamente  mansioni  di  carattere  meramente  esecutivo,  non  solo,  ma  che  escludono  al  tempo  stesso  ogni  stratificazione  di  saperi  e di  saper-fare.

Analizziamo infine un ultimo aspetto, assolutamente non trascurabile.   Le ore riconvertite per la (s)pregevole attività scuola-lavoro sono state tutte sottratte all’orario dell’ordinamento scolastico, così come definito ed elaborato, corso per corso di studi, da generazioni e generazioni di accademici,  ricercatori, studiosi, docenti formati ad una scuola vera, almeno nel senso assegnato ad  essa  dalle  istituzioni  borghesi  cosiddette democratiche.    Quella scuola, avrebbero inneggiato gli  esegeti  del  secondo  risorgimento (?)  italiano,  conquistata  con la Resistenza, con la Costituzione  della Repubblica e con le lotte secolari dei lavoratori.   Quella scuola che avrebbe dovuto educare al sapere, allo sviluppo e all’utilizzo degli strumenti critici, non a banali, servili e tecnocratici competenze.

Se a commettere questo crimine politico non fosse lo Stato stesso, con leggi e normative approvate da parlamenti e governi spesso illegittimi, ma un privato cittadino, o una società privata, potremmo  certamente  parlare  e  scrivere  di  appropriazione  indebita.

L’appropriazione indebita di ore ed ore di didattica autentica, del loro valore inestimabile per migliaia  e  migliaia  di  giovani, di studenti della nostra Repubblica, una repubblica fondata sul lavoro,  non  certo  sullo schiavismo.

Anche in questo caso, come nel caso della sostanziale abrogazione delle libertà democratiche da essa stessa affermate, la borghesia monopolistica si incarica di scardinare una sua istituzione secolare,  motivando la sua ultima invenzione didattica addirittura con la pretesa di unificare la teoria con la pratica.

Peccato,  però,  che  i  comunisti  abbiano  a loro disposizione gli strumenti scientifici del marxismo-leninismo,  e  con  esso  del  materialismo  dialettico.

Peccato  che  Antonio  Gramsci  ci  abbia  insegnato  che  il  salto  epocale  che  permetterà  all’intera umanità di riunificare la pratica con la teoria si potrà realizzare solo con l’avvento del Comunismo, e ad avviare e portare a termine un tale compito potrà essere solo il proletariato internazionale.

 

Francesco Specchio

Il razzismo, l’arma estrema dei padroni per dividere gli sfruttati

Pomodori

L’ideologia razzista da sempre si serve della contrapposizione tra gli sfruttati per dividerli e per garantire il dominio incontrastato della classe dominante. Questo è avvenuto durante la società schiavistica, durante quella feudale ed anche la società capitalistica non fa eccezione.

Nella fase attuale la crisi del sistema fondato sulla produzione di merci, l’incapacità di garantirne la valorizzazione – ed i conseguenti profitti per gli sfruttatori –  ha determinato un nuovo ricorso al razzismo per distogliere la maggioranza della popolazione dalle cause reali dell’attuale, diffuso, immiserimento.

Lo schema che tende a contrapporre migranti e lavoratori e disoccupati autoctoni,  e che ha sostenitori anche nell’ambito della cosiddetta “sinistra” e dei suoi moderni ideologi (alla Fusaro, per intenderci), fa acqua da tutte le parti e si dimostra inconsistente.

Per prima cosa perché fa gli interessi dei padroni che, a parole, dice di voler combattere. I padroni delocalizzano, si servono di manodopera sfruttata a bassissimo costo nei paesi extraeuropei e nell’Est Europa, sono legati da un sistema di accordi e complicità che serve – in Italia come all’estero – a contrastare la caduta dei loro profitti provando a scaricare sulla classe sfruttata le conseguenze della crisi strutturale del sistema capitalista.

Da questo punto di vista non c’è differenza tra respingimenti e “integrazione”. Sono le due facce della medaglia della stessa politica criminale.

I respingimenti soddisfano il becero “senso comune” di tanti che, privi di ogni forma di coscienza, accettano passivamente le propaganda razzista, compresa quella portata avanti da governi che hanno giurato fedeltà ad una Costituzione che rivela ogni giorno di  più il suo carattere di paravento formale dell’arroganza della classe proprietaria.

Quanto poi all’integrazione, in una società capitalista, questa significa integrazione nei meccanismi dello sfruttamento, con conseguenze bestiali e disumane. Sono “integrati”, infatti, gli immigrati che accettano condizioni di sopravvivenza semischiavistiche o, comunque, di elevatissima precarietà lavorativa perché vincolati da assoluta necessità di sopravvivenza. Non a caso il caporalato ha nuovamente assunto un ruolo rilevante in diverse zone agricole del Meridione dove tanti lavoratori immigrati lavorano nei campi per 12 ore al giorno in cambio di un salario inferiore ad un euro l’ora e vivono in catapecchie fatiscenti.

I migranti sono merce, bestie da sfruttare o da utilizzare per campagne di propaganda.

L’esercito industriale di riserva, tirato in ballo da Fusaro e dai suoi seguaci, non ha nulla a che vedere con tutto questo. Tutt’al più rappresenta il tentativo di aggiungere confusione e disorientamento, provando maldestramente ad arruolare Marx nella campagna di divisione della classe sfruttata.

Infatti l’esercito industriale di riserva, per Marx, è, contemporaneamente condizione e risultato del processo di accumulazione del capitale.

Marx spiega che la produzione dell’esercito industriale di riserva è inseparabile dal processo globale di riproduzione del capitale. Questa crescita permanente di manodopera disponibile, prodotta dal e nel processo di accumulazione del capitale, diventa, a sua volta, elemento indispensabile sul quale il capitale stesso deve fare affidamento.

E’ vergognoso provare ad utilizzare Marx per dare una veste “di sinistra” al nazionalismo rossobruno, che ancora una volta torna a galla. Chi aveva scritto nel proprio programma “Proletari di tutti i paesi unitevi!” nulla ha in comune con il nazionalismo di sinistra.

Il capitalismo ha devastato l’intero continente africano, saccheggiandolo indiscriminatamente, depredandone le risorse, creando condizioni indicibili di povertà e miseria, creando governi fantoccio per garantire ai predoni europei di avere campo libero per le proprie ruberie. E questo non riguarda soltanto il passato ma ha i suoi riscontri immediati anche in un presente fatto di multinazionali che proseguono la loro opera di saccheggio e distruzione.

Certo non c’è soluzione. Aggiungiamo noi che non c’è soluzione nel capitalismo. Perché fin quando si continua a mantenere in piedi questo sistema decadente la miseria avanzerà in tutto il pianeta. E’ proprio la globalizzazione capitalista che si è fatta carico di incidere la pietra tombale a questo sistema agonizzante.

Volgiamo al contrario la parola d’ordine reazionaria, rivolta ai migranti secondo cui vanno aiutati a a casa loro. Si, aiutiamoli ma a liberarsi degli sfruttatori europei e dei loro fantocci, e li possiamo aiutare riprendendo la bandiera (e il programma di cambiamento sociale) della rivoluzione sociale, del comunismo, l’unico sistema che sostituisce egoismo e abbrutimento con fratellanza e solidarietà. L’unico sistema che risolve dalle fondamenta il problema della fame, della miseria, della sostenibilità ecologica della produzione.

Il capitalismo ci aiuta perché crea tutti gli strumenti per il suo superamento.

I migranti da questo punto di vista possono essere per loro stessi e per tutti noi una straordinaria risorsa, altro che un problema, una risorsa determinante per mettere fine a questo sistema.

Aiutiamoli, anche  “a casa nostra” a diventare parte fondamentale dell’esercito di classe che dovrà farsi carico di costruire una nuova società, raccogliendo la parte migliore delle tradizioni di lotta del movimento operaio e comunista.

Aiutiamoli, quindi, ma chiediamo che ci aiutino a loro volta, a fermare la barbarie capitalista, a scrivere assieme il futuro, un futuro di eguaglianza e libertà, il socialismo.

 

 

Collettivo Red Militant

Appunti per una pratica marxista – leninista in merito alla questione femminile

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“Noi dobbiamo assolutamente creare un potente movimento femminile internazionale, fondato su una base teorica netta e precisa… È chiaro che non può aversi una buona pratica senza teoria marxista. Noi comunisti dobbiamo mante­nere su tale questione i nostri principi in tutta la loro chiarezza. Dobbiamo distinguerci nettamente da tutti gli altri partiti … La prima dittatura del proletariato apre veramente la strada verso la completa eguaglianza sociale della donna. Sradica più pregiudizi essa che non le montagne di scritti sull’eguaglianza femminile. E malgrado tutto ciò, noi non abbiamo ancora un movimento femminile comunista internazionale. Ma ad ogni costo bisogna ar­rivare a formarlo. Dobbiamo procedere subito alla sua organizzazione. Senza questo movimento, il lavoro della nostra Internazionale e delle sue sezioni sarà e rimarrà incompleto… Ed ora, proprio ora, le comuniste attive trattano la questione dei sessi, delle forme del matrimonio nel passato, nel presente e nel futuro! Esse ritengono che il loro primo dovere sia di istruire le operaie in quest’ordine di idee.…Per questo genere di occupazione non c’è posto nel par­tito, tra il proletariato che lotta ed ha una coscienza di classe…Potete garantirmi seriamente che le questioni sessuali e matrimoniali non sono discus­se nelle vostre riunioni che dal punto di vista del materialismo storico vitale, ben compreso? Ciò suppone co­noscenze vaste, approfondite, la conoscenza marxista, chiara e precisa, di un’enorme quantità di materiali. Di­sponete in questo momento delle forze necessarie?… A che cosa conduce, in fin dei conti, questo esame insufficiente e non marxista della questione? A questo: che i proble­mi sessuali e matrimoniali non sono visti come una parte della principale questione sociale e che, al contrario, la grande questione sociale stessa appare come una parte, un’appendice del problema sessuale. La questione fon­damentale è ricacciata in secondo piano, come cosa se­condaria. Non solo ciò nuoce alla chiarezza della questione, ma oscura il pensiero in generale, la coscienza di classe delle operaie..” [1]

In questo estratto del famoso dialogo tra Lenin e Clara Zetkin sul movimento femminile[2], il capo della rivoluzione d’ottobre pone le basi per una corretta impostazione del lavoro sulle questioni femminili, a partire dall’urgenza di dar vita ad un movimento femminile internazionale fondato su una base teorica netta e precisa, ovvero la dottrina marxista-leninista. In particolare, Lenin sottolinea il dovere delle comuniste e dei comunisti di lavorare per l’emergere della coscienza di classe delle lavoratrici.

  1. La strada sbagliata del femminismo

Se Lenin ci ricorda le condizioni in cui le donne comuniste erano chiamate ad operare, e le conseguenti priorità che il movimento femminile internazionale avrebbe dovuto darsi[3], l’attuale condizione dei lavoratori ed in particolare delle lavoratrici, e il nostro altrettanto drammatico contesto di azione, impongono una critica spietata e rigorosa delle teorie e delle pratiche che hanno pervaso il movimento internazionale dei lavoratori negli ultimi 50 anni, ed in particolare delle modalità con le quali è stata condotta, o non è stata condotta, la lotta di classe. La critica dura e puntuale condotta contro il revisionismo necessita quindi di essere completata da un’altrettanto precisa critica dell’eclettismo ideologico che ha inquinato e indebolito il movimento operaio e i partiti comunisti, e, per quanto riguarda l’argomento che stiamo esaminando, è necessario partire da una profonda critica alle teorie e alle pratiche del pensiero femminista.

Il nostro metro di misura è la dottrina marxista – leninista: quanto ogni singolo pensiero e pratica femminista o femminile ha contribuito a far crescere la coscienza di classe delle lavoratrici? Quanto ha contribuito a disvelare agli occhi delle donne la contraddizione primaria capitale – lavoro? Quanto ha contributo all’avanzamento concreto del movimento dei lavoratori e delle lavoratrici? Quanto al contrario ha spostato in secondo piano gli aspetti materiali, deformando la rilevanza delle pur pesanti implicazioni culturali e giuridici della struttura economica capitalistica? Quanto fumo ha contribuito a gettare negli occhi delle donne lavoratrici e comuniste spingendole verso una deleteria deriva interclassista?

Le storiche e filosofe del pensiero femminista individuano due correnti di pensiero e due ondate del movimento femminista[4]: la corrente liberale e la “corrente socialista”; la prima ondata del movimento femminista dalle origini vere e proprie (1895, anno in cui compare per la prima volta il termine “femminismo”) allo scoppio del primo conflitto mondiale, e una seconda ondata, dal 1968 al 1980, con un lungo periodo di riflusso (1918 – 1968). Alcune precisazioni si rendono necessarie: mentre la corrente liberale adotta scientemente il termine femminismo e le femministe liberali si costituiscono fin dall’inizio come un movimento di sole donne[5], già parlare di corrente socialista del movimento femminile è un grave errore di impostazione ideologica, un errore basilare: Engels, Zetkin, Kollontaj, individuati dagli storici del pensiero femminista come i principali esponenti di quella che loro denominano corrente socialista, non avrebbero mai accettato (e noi con loro ovviamente) una simile impostazione, in quanto la questione femminile, di cui peraltro non negano la specificità, sottolineando costantemente la doppia condizione di sfruttamento (sfruttamento di classe e asservimento patriarcale), deve necessariamente essere ricondotta alla lotta del proletariato contro il capitale.

Non è un caso inoltre che gli storici e le storiche del femminismo non facciano mai riferimento, nemmeno in modo incidentale, né a Marx del “Manifesto del Partito Comunista” e de “Il Capitale”, né a Lenin, che, come abbiamo visto, molto più di Engels si confrontò concretamente con il movimento femminista e i rischi di deviazionefemminista della lotta delle donne comuniste e che fu artefice, insieme alla Kollontaj, della prima concreta emancipazione femminile della storia, attraverso la costruzione dello Stato socialista sovietico.

Un’ altra osservazione di carattere generale riguarda la seconda ondata del movimento femminista, nella quale la stessa “corrente socialista” scompare per lasciare il posto al femminismo radicale, e ad un caleidoscopio di teorie che hanno tutte come comune denominatore la differenza sessuale quale contraddizione principale[6] della società. E se confutare le basi della corrente liberale, ovvero del femminismo propriamente inteso, è stato un compito relativamente semplice[7], molto più insidiosa è l’avventura nelle sabbie mobili dell’eclettismo femminista di questa seconda fase, e ancora di più la navigazione nelle acque di Virginia Woolf, Simone de Beauvoir o Juliet Mitchell, che si ergono imponenti e ambigue nella lunga fase di transizione a cavallo fra le due guerre, le autentiche icone delle femministesessantottine.

Infine, “la lunga fase di riflusso” a cavallo tra le due ondate femministe (1918 – 1968) svela l’impostazione decisamente antisovietica e, conseguentemente, anticomunista del pensiero e del movimento femminista tout court: di fatto, il riflusso riguarda esclusivamente il pensiero e la pratica liberale, essendo invece questo il periodo dell’avanzata dirompente dei diritti e delle condizioni materiali concrete delle lavoratrici e delle donne di tutto il mondo, in Unione Sovietica prima, nei paesi socialisti poi, e in occidente, con tutti i limiti della coesistenza con il sistema economico capitalista, tramite le battaglie politiche e sindacali condotte dai comunisti. Storici e filosofi cancellano, più o meno deliberatamente, la parte più rilevante, e l’unica vincente, del movimento di emancipazione femminile. La vera fase di riflusso del movimento femminile internazionale si ha dunque con il crollo dell’Unione Sovietica e del movimento internazionale dei lavoratori e delle lavoratrici, con il conseguente generale arretramento dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, ritornate queste ultime a pagare il prezzo più alto della grave crisi del capitalismo e del nuovo quadro di debolezza del movimento comunista internazionale.

Se escludiamo le pioniere Mary Wollstonecraft e Jane Austen, paragonabili per il ruolo svolto nella costruzione del movimento femminista agli epigoni del socialismo utopistico, il femminismo come pensiero e movimento di ispirazione liberale sorge nel pieno delle trasformazioni scientifiche e tecniche, insieme economiche ed industriali, quindi sociali dell’esplosione rivoluzionaria del capitale, e trova la sua prima espressione teorica compiuta nei lavori di Harriet Taylor, “L’emancipazione delle donne” (1851), e del di lei marito John Stuart Mill, “L’asservimento delle donne” (1869):

“La parola d’ordine del femminismo liberale … è riassumibile nella frase: abbiamo gli stessi diritti, di origine naturale o divina, degli uomini; lottiamo perché ci vengano riconosciuti”[8].

Ed è sulla base di questa affermazione che le femministe condurranno la loro lotta per le conquiste “legali” borghesi: diritto di voto, gestione di eredità e della proprietà (privata), accesso all’istruzione superiore e alle libere professioni, diritto di famiglia, matrimonio, divorzio, aborto.

  1. Il pensiero e la pratica marxista – leninista in merito alla questione femminile

Ma quando compaiono questi due pilastri del pensiero femminista liberale, Marx ed Engels avevano già scritto nel 1848:

“Su che cosa riposa l’attuale famiglia borghese? Sul capitale, sul guadagno personale. Non esiste nel suo pieno sviluppo se non per la sola borghesia; ma essa trova il suo completamento nella forzata mancanza della vita di famiglia presso i proletari, e nella prostituzione pubblica. La famiglia del borghese cadrà naturalmente col venir meno di tale complemento; e famiglia borghese e complemento spariranno con lo sparire del capitale….Il borghese non vede nella moglie se non un semplice strumento di produzione. Ora nel sentire che gli istrumenti di produzione saranno sfruttati in comune, esso non può fare a meno di pensare, che la stessa sorte dell’uso in comune debba toccare alle donne. E non capisce punto, che si tratta precisamente di togliere alla donna il carattere di un istrumento di produzione. Del resto non si dà nulla di tanto grottesco, quanto l’orrore da moralisti raffinati, col quale i nostri borghesi riguardano la pretesa comunanza delle donne, che avrebbe presso i comunisti carattere ufficiale. I comunisti non han per davvero bisogno d’introdurre la comunione delle donne, perché questa c’è stata quasi sempre. I nostri borghesi, non paghi di avere a loro disposizione le mogli e le figlie dei loro proletari, usano – per passar sopra qui alla prostituzione ufficiale – di tenere per loro principalissimo spasso quello della mutua seduzione delle consorti loro. Il matrimonio borghese è in verità la comunanza delle donne…Ma si capisce poi, che aboliti che fossero i presenti rapporti di produzione, sparirebbe del pari la presente comunanza delle donne, che da quei rapporti deriva, ossia la prostituzione ufficiale e la non ufficiale”[9]

A Marx ed Engels apparve subito chiaro che le conquiste legali di uguaglianza formale fra uomini e donne non cambiano, nella sostanza, le condizioni materiali di subordinazione delle donne, esattamente come accade per le conquiste formali tra proletari e capitalisti. Questo dovrebbe essere chiaro e definito, a maggior ragione oggi, per tutte le comuniste.

Ciò che caratterizza il capitale, ci ricorda Marx, è l’appropriazione privata ed il controllo sul pluslavoro: a partire dalla fase di transizione dal capitalismo al socialismo sarà possibile far coincidere la giornata lavorativa con il lavoro necessario. Oppure, ovvero meglio, decidere che il lavoro necessario debba allungarsi per andare incontro ai nuovi bisogni emersi da parte dei lavoratori e andare a costituire il fondo sociale di riserva e di accumulazione, un fondo il cui uso quindi è destinato agli interessi della società. Il comunismo e la precedente fase di transizione saranno caratterizzati, quindi, non solo dalla riduzione dell’orario di lavoro, destinato a consentire il libero sviluppo delle attitudini intellettuali e sociali di tutti gli individui, obbiettivo della società comunista, ma anche dall’utilizzo collettivo e sociale del pluslavoro[10].

Questa sarà la base materiale della nuova società, la quale a partire dalla appropriazione collettiva del pluslavoro minerà alle basi la subordinazione della donna all’uomo: “La posizione degli uomini in ogni caso subirà un grande cambiamento. Ma anche quella delle donne, di tutte le donne, subirà un notevole cambiamento. Col passaggio dei mezzi di produzione in proprietà comune, la famiglia singola cessa di essere l’unità economica della società. L’amministrazione domestica privata si trasforma in un’industria sociale. La cura e la educazione dei fanciulli diventa un fatto di pubblico interesse; la società ha cura in egual modo di tutti i fanciulli, legittimi e illegittimi. E con ciò cade la preoccupazione delle «conseguenze», la quale oggi costituisce il motivo sociale essenziale — sia morale che economico — che impedisce ad una fanciulla di abbandonarsi senza riserve all’uomo amato”[11]

Engels continua: “Quello che noi oggi possiamo dunque presumere circa l’ordinamento dei rapporti sessuali, dopo che sarà spazzata via la produzione capitalistica, il che accadrà fra non molto, è principalmente di carattere negativo, e si limita per lo più a quel che viene soppresso. Ma che cosa si aggiungerà? Questo si deciderà quando una nuova generazione sarà maturata. Una generazione d’uomini i quali, durante la loro vita, non si saranno mai trovati nella circostanza di comperarsi la concessione di una donna col danaro o mediante altra forza sociale; e una generazione di donne che non si saranno mai trovate nella circostanza né di concedersi a un uomo per qualsiasi motivo che non sia vero amore, né di rifiutare di concedersi all’uomo che amano per timore delle conseguenze economiche. E quando ci saranno questi uomini, non importerà loro un corno di ciò che secondo l’opinione d’oggi dovrebbero fare; essi si creeranno la loro prassi e la corrispondente opinione pubblica sulla prassi di ogni individuo. Punto.”[12]

Come crescerà questa generazione di donne e uomini? Non certo rinviando “la rivoluzione fino al giorno in cui gli uomini saranno cambiati”, quanto piuttosto subordinandosi “all’avanguardia (armata) di tutti gli sfruttati e di tutti i lavoratori: il proletariato”.[13]

Il proletariato, in ultima analisi, organizzandosi nel movimento internazionale dei lavoratori e delle lavoratrici, spezza il giogo dello sfruttamento capitalistico e pone le basi per la realizzazione della società socialista, senza più sfruttamento dell’uomo sull’uomo né subordinazione della donna all’uomo.

Barbara Mangiapane, Presidente Critica Proletaria

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[1] Lenin e il movimento femminile, Clara Zetkin 1925, https://www.marxists.org/italiano/zetkin/lenin.htm.

[2] Sia Lenin che la Zetkin non è un caso che parlino di movimento femminile e non femminista: il suffisso – ismo/-ista (lat. -ismus, gr. -ισμός) sta ad indicare un movimento sociale e di pensiero compiuto, un paradigma esplicativo dei fenomeni economici, sociali, culturali e giuridici. E per Lenin e la Zetkin l’unico – ismo che considerino esplicativo è il marxismo, dottrina alla quale ricondurre anche la questione femminile.

[3] “Il primo stato in cui s’è realizzata la dittatura pro­letaria è accerchiato dai controrivoluzionari di tutto il mondo. La situazione della Germania stessa esige la mas­sima coesione di tutte le forze rivoluzionarie proletarie per respingere gli attacchi sempre più vigorosi della con­trorivoluzione.” Op. cit.

[4] Le filosofie femministe, Adriana Cavarero, Franco Restaino, Bruno Mondadori Editori

[5] Op. cit. pag. 10

[6] Op. cit. pag. 31

[7] Considerando anche che tale compito fu assolto principalmente da Engels.

[8] OP. cit. pag. 13

[9] “Manifesto del Partito Comunista”, K. Marx, F. Engels, Mursia, pagg. 61 – 63

[10] Il Capitale, K. Marx, Libro I

[11] L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, F. Engels 1891 http://www.resistenze.org/sito/ma/di/ce/mdce5n29b.htm

[12] Op. cit.

[13] Stato e rivoluzione, Lenin.