Lenin e i contadini

Lenin4La nostra vittoria è stata più facile perché, nell’ottobre del 1917, ci siamo mossi insieme con i contadini, con tutti i contadini”. Lenin, I Congresso dell’Internazionale Comunista

La cosiddetta “questione agraria e contadina” è stata oggetto di accalorati dibattiti teorici e politici nel marxismo e nel movimento comunista internazionale[1]. Poco prima della morte di Lenin, nell’ottobre del 1923, il Comintern creò l’Internazionale Contadina (Krestintern) per legare i comunisti di ogni paese con le lotte delle organizzazioni agrarie. Tuttavia, nonostante la segnalata importanza dei contadini per il trionfo della Rivoluzione d’Ottobre e il successivo governo bolscevico in Russia, non esisteva un consenso rispetto alla caratterizzazione dei contadini come un alleato nella lotta rivoluzionaria. Leon Trotsky, per citare un esempio conosciuto, opinava nel 1930 che la classe contadina era “la meno internazionale di tutte le classi della società borghese” e affermava che la Krestintern era una organizzazione moribonda e reazionaria[2].

Questo dibattito si trova, ovviamente, nei lavori di Karl Marx e Friedrich Engels – intellettuali urbani del XIX secolo – che inizialmente indentificarono il proletariato come la classe rivoluzionaria per eccellenza, quella cui le condizioni di sfruttamento subite dal capitalismo la porteranno a ribellarsi contro lo stato borghese, come si esprime chiaramente nel Manifesto Comunista del 1848:

Di tutte le classi che oggi stanno di fronte alla borghesia, solo il proletariato è una classe veramente rivoluzionaria. Le altre classi decadono e periscono con la grande industria, mentre il proletariato ne è il prodotto più genuino.

I ceti medi, il piccolo industriale, il piccolo negoziante, l’artigiano, il contadino, tutti costoro combattono la borghesia per salvare dalla rovina l’esistenza loro di ceti medi. Non sono dunque rivoluzionari, ma conservatori. Ancora più, essi sono reazionari, essi tentano di far girare all’indietro la ruota della storia. Se sono rivoluzionari, lo sono in vista del loro imminente passaggio al proletariato; cioè non difendono i loro interessi presenti, ma i loro interessi futuri, abbandonano il proprio modo di vedere per adottare quello del proletariato.[3]

Nel caso di Marx, vari passaggi delle sue opere similari alla citazione precedente contribuirono alla visione tradizionale di un intellettuale antipatico verso i contadini, un “Marx urbano”, che vedeva i lavoratori agricoli come residui di un modo di produzione in decadenza, simboli del regresso materiale e spirituale del mondo rurale[4]. Forse l’opinione più famosa di Marx sui contadini è quella de “Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte”, dove li compara a un “sacco di patate[5]. Questa concezione si basava sul fatto che i piccoli proprietari agricoli furono la base sociale del bonapartismo, da qui la sua caratterizzazione di reazionari. Per Marx i difetti della classe contadina si trovano nell’isolamento delle sue unità produttive, così come nella stagnazione della sua produzione, che non ammette alcun miglioramento tecnico, cosa che conduce al regresso dell’agricoltura nel suo complesso. Tuttavia nel 18 Brumaio il conservatorismo dei contadini non è una condizione inamovibile. Il contadino rivoluzionario è quello che “vuole liberarsi dalle sue condizioni di esistenza sociale, dal suo piccolo appezzamento di terreno[6]. Marx spiega che il processo di pauperizzazione che portò alla rovina il contadino del piccolo appezzamento di terreno può dare il passo al contadino rivoluzionario, sempre e quando abbia coscienza di quali sono i suoi veri nemici: la borghesia e il capitale. Si disegnava allora l’idea di una alleanza rivoluzionaria di classi: Essi trovano quindi il loro naturale alleato e dirigente nel proletariato urbano, il cui compito è il rovesciamento dell’ordine borghese”[7].

L’importanza dell’alleanza operaia-contadina si esprime chiaramente in una lettera di Marx a Engels del 1856: “Tutta la faccenda in Germania dipenderà dalla possibilità di appoggiare la rivoluzione proletaria con una specie di seconda edizione della guerra dei contadini. Allora la cosa riuscirà ottimamente…[8]. Tuttavia, questa alleanza posta da Marx richiede la totale assimilazione da parte dei contadini del programma socialista del proletariato. Alla classe contadina non si concede alcuna capacità di iniziativa e guida politica. Questo si deve, come segnala Horacio Crespo, al fatto che non si trova né in Marx né in Engels una teoria della differenziazione sociale contadina che potesse servire per orientare politicamente i diversi settori dei lavoratori agricoli. Il contadino appare sempre come un tutto omogeneo, come “un sacco di patate”. Le menzioni nei loro lavori sugli “strati contadini” hanno una funzione descrittiva e non funzionale rispetto all’esplicazione del processo sociale[9].

Lo studio delle condizioni agricole e sociali della Russia porterà Marx a ripensare la sua visione generale sulla classe contadina e la rivoluzione. In una corrispondenza del 1881, Marx afferma che la comunità rurale russa, grazie a certe circostanze storiche create dal capitalismo, poteva esser la base per la costruzione del socialismo nella campagna:

“La Russia è l’unico paese europeo in cui la “comunità rurale” si mantiene su scala nazionale fino ai nostri giorni. La Russia non vive isolata dal mondo moderno; e nemmeno è preda della conquista straniera alla stessa maniera delle Indie Orientali. Da una parte, la proprietà comune sulla terra permette di trasformare direttamente e gradualmente l’agricoltura individualista del piccolo appezzamento di terreno in agricoltura collettiva, e i contadini Russi già la praticano nei campi di proprietà comune; la configurazione fisica del suolo russo propizia l’impiego di macchine su vasta scala; la familiarità del contadino con l’arte della relazione facilita la transizione dal lavoro di appezzamento a quello cooperativo e finalmente la società russa, che ha vissuto tanto tempo per conto suo, gli deve presentare i progressi necessari per questa transizione. Dall’altra parte, la contemporanea esistenza della produzione [capitalista ndt] occidentale, che domina il mercato mondiale, consente alla Russia di assimilare alla comunità tutti gli avanzamenti positivi raggiunti dal sistema capitalista senza dover passare attraverso le sue Forche Caudine[10]

Inoltre Marx abbozza una teoria della differenziazione sociale del contadino, originato in precedenza alla stessa comunità agricola e all’impatto del capitalismo, e avverte che le classi dominanti vogliono “abolire la proprietà comunale, lasciare che la minoranza più o meno abbiente dei contadini si costituisca in classe media rurale, convertendo la grande maggioranza in semplici proletari”. Di fronte a questa prospettiva esisteva solo una soluzione:

Per salvare la comune russa c’è bisogno di una rivoluzione russa… se la rivoluzione si farà in tempi opportuni, se essa concentrerà tutte le sue forze per assicurare il libero corso alla comunità rurale, essa si svilupperà presto come elemento rigeneratore della società russa e come elemento di superiorità sui paesi dominati dal regime capitalistico[11].

Precedentemente allo studio della comune russa, Marx aveva riconosciuto che il proletariato, una volta al potere, doveva assicurarsi di migliorare immediatamente la situazione dei contadini per assicurargli una transizione graduale dalla proprietà privata della terra alla proprietà collettiva, in modo da conquistarlo alla rivoluzione[12]. Come segnala Horacio Crespo, il fatto che Marx smette di percepire il contadino del piccolo appezzamento di terreno come un nemico del socialismo, implica una evoluzione del suo pensiero rispetto alle idee espresse nel Manifesto del Partito Comunista[13].

Allo stesso modo Engels, anche in relazione alla comune russa, aveva posto un inizio della teoria della differenziazione, indicando che, sebbene la proprietà della terra fosse collettiva, lo sfruttamento si realizzava sulla base di parcelle individuali, situazione che generava una grande disuguaglianza nell’usufrutto delle famiglie: “quasi dappertutto esistono contadini ricchi, qua e là perfino milionari, che praticano lo strozzinaggio e dissanguano la massa dei coltivatori diretti[14]. Come Marx, anche Engels modifica la sua opinione sul potenziale rivoluzionario dei contadini a partire dello studio del caso russo, riconoscendo loro un protagonismo nella lotta che non era stato posto in precedenza:

Indubbiamente la Russia è alla vigilia di una rivoluzione. […] una rivoluzione iniziata dalle classi superiori della capitale e forse dallo stesso governo, ma che sarà portata innanzi rapidamente e spinta al di là del suo primo stadio costituzionale, dalla classe contadina; una rivoluzione che avrà un’importanza enorme per tutta l’Europa non foss’altro perché abbatterà d’un sol colpo l’estrema e finora intatta riserva della reazione paneuropea[15]

Quasi due decadi dopo Engels riconoscerà la frustrazione della prospettiva rivoluzionaria in Russia, affermando in una lettera al populista russo Danielson che la comunità contadina non è riuscita a esser la base per lo sviluppo del socialismo, perché gli è mancata la prima condizione necessaria, l’impulso dall’esterno, quello che doveva venire dall’Europa occidentale dopo la sconfitta del capitalismo, obiettivo sempre più lontano, soprattutto dopo il fallimento della Comune di Parigi[16]. Questa stessa idea appare nella sua appendice del 1894 al lavoro sulla condizione sociale in Russia, dove Engels dichiara che la trasformazione della comunità russa può partire unicamente dal proletariato industriale in Occidente, e non dalla comunità stessa: “se la rivoluzione russa diverrà il segnale di una rivoluzione proletaria in Occidente, in modo che le due rivoluzioni si completino a vicenda, allora l’odierna proprietà comune della terra in Russia potrà servire come punto di partenza a uno sviluppo in senso comunistico[17]. Nonostante Engels mantenga l’idea della guida proletaria nella rivoluzione, così come Marx, concede maggiore importanza ai contadini nella lotta per la costruzione del socialismo.

Il vecchio Engels non ha alcun impaccio nell’affermare che la questione contadina è all’ordine del giorno, poiché è un fattore essenziale della popolazione, della produzione e del potere politico. Di fatto dichiara che qualsiasi partito, che pretenda di conquistare il potere, deve prima andare dalla città alla campagna e convertirsi qui in una potenza. Il punto fondamentale della riflessione di Engels si radica nell’inevitabile distruzione della comunità contadina e la proletarizzazione dei suoi membri. “Il piccolo contadino è un futuro proletario”. Davanti a questo fatto i partiti operai hanno due opzioni: lasciare che il contadino sia sedotto dai partiti borghesi e si converta in un nemico attivo degli operai industriali, o trasformarli in alleati della lotta rivoluzionaria. Sebbene il dovere ultimo del socialismo è concedere ai proletari agricoli il possesso della terra in forma collettiva, la strategia immediata per Engels si radicava nel sostenere i contadini del piccolo appezzamento di terreno e proteggerli contro il fisco, l’usura e i proprietari fondiari. In questo modo si sarebbe rotta la sfiducia contadina verso i partiti socialisti, che accusavano di voler confiscare i loro appezzamenti. Si sarebbero resi conto che la loro proletarizzazione, dentro le strutture capitaliste, è inevitabile, e allora sarebbero riusciti a identificare i loro veri nemici di classe[18].

In sintesi, dopo questo breve ripasso di alcune delle opere di Marx e Engels sulla questione agraria e contadina, si osserva che le loro prime opinioni sulla classe contadina non erano per nulla favorevoli, poiché la caratterizzavano come uno dei settori conservatori – e anche reazionari – della società; tuttavia in seguito le loro analisi teoriche, combinate con la pratica politica e la conoscenza di distinte realtà agrarie in Europa, andarono a chiarire la loro visione rispetto ai lavoratori agricoli, fino a giungere alla possibilità di una alleanza operaia-contadina per la lotta rivoluzionaria. Inoltre le descrizioni dei diversi tipi di contadini e il loro grado di pauperizzazione servirono ad abbozzare i principi di una possibile teoria della differenziazione sociale contadina. In questo modo, avviarono il cammino per successive analisi che sarebbero state molto fruttuose, sia nella teoria come nella pratica.

Lenin fu il primo marxista che mise in rilievo la stratificazione sociale contadina, basandosi su una profonda analisi dei processi socio-economici della campagna russa e sviluppando in modo creativo le idee di Marx e Engels sull’alleanza della classe operaia con la classe contadina[19]. Lenin intuì che, nella tappa democratica della rivoluzione, il proletariato poteva formare alleanze con tutti i contadini, mentre nella rivoluzione socialista poteva allearsi solo con i settori proletari e semi-proletari della campagna. Questa fu la base della strategia e tattica dei bolscevichi.

L’elaborazione di una teoria scientifica della questione agraria implicò una estesa analisi delle condizioni sociali in Russia da parte di Lenin, che conviene conoscere, almeno nei suoi lineamenti fondamentali.

Come segnalava Lenin in “Lo sviluppo del capitalismo in Russia”[20], la questione agraria e contadina era un problema che era all’ordine del giorno dalla metà del XIX secolo, che acquisì pieno protagonismo con la “riforma emancipatrice” del 1861, promossa dallo zar Alessandro II per abolire il regime di servitù. In realtà, come afferma Lenin, il rischio fondamentale dell’agricoltura dopo la riforma fu il suo “carattere commerciale, di impresa”. Sebbene la riforma liberò la classe contadina dalla dipendenza personale rispetto al proprietario fondiario, introdusse tutti gli elementi necessari per imporre il capitalismo nella campagna: creando un mercato di compravendita di terre si distrusse il carattere chiuso dell’agricoltura basata nell’economia rurale. Per la prima volta in Russia si era creata la grande produzione agricola, basata sull’impiego di strumenti e macchine perfezionate e in una vasta contrattazione di manodopera. Agli inizi del XX secolo l’economia naturale era stata per lo più soppiantata dall’economia mercantile-monetaria, al prezzo della rovina e della spoliazione dei contadini.

Davanti a questa situazione diversi settori politici reagirono per criticare gli effetti della riforma del 1861. I democratici rivoluzionari, o populisti, censurarono la “riforma emancipatrice”, promulgata per favorire gli interessi dei proprietari fondiari e dello Stato monarchico, e fecero una energica difesa della comunità contadina, sostenendo le tesi che questa comunità era la cellula futura dello sviluppo socialista nella campagna, la quale sarebbe la chiave per evitare la fase capitalista. I marxisti, da parte loro, sebbene non esaltavano il capitalismo, lo consideravano però un sistema più progressista di quello feudale, capace di accelerare lo sviluppo delle forze produttive e creare le forze sociali per affrontare la borghesia. In questo senso non c’era una “condanna” frontale alla riforma. Tuttavia marxisti legali, come Georgij Plechanov, continueranno a considerare i contadini come una massa conservatrice e negheranno del tutto la possibilità di una alleanza della classe operaia con i contadini. Lenin criticò duramente i populisti e superò le visioni legaliste del marxismo, sostenendo che non si poteva partire dal regime comunale contadino, perché era un fatto inconfutabile che il capitalismo era già penetrato profondamente in tutti gli ambiti della vita economica della Russia[21].

Davanti agli approcci populisti di mettere fine alla scarsità di terre, sopprimere i carichi fiscali e altri gravami che pesavano sui contadini, Lenin replicò che tale rivendicazione non è “affatto socialista”, poiché “la loro scomparsa non allevierà affatto l’oppressione del lavoro da parte del capitale[22]. Ma oltre alla lotta ideologica contro il populismo e il marxismo legale, Lenin dovette affrontare il revisionismo dell’Europa occidentale, corrente che, capeggiata da Eduard Bernstein, aveva iniziato la sua campagna contro il marxismo alla fine della decade del 1890. Questo revisionismo cercò di dimostrare che le leggi marxiste dello sviluppo capitalista non erano valide per l’agricoltura, e che il piccolo sfruttamento agricolo presentava molti vantaggi. Lenin impugnò questa idea in diversi lavori, dimostrando che le leggi dello sviluppo capitalista scoperte da Marx non solamente reggevano nell’industria, ma anche nell’agricoltura, ma con particolari riflessi[23]. Inoltre, smascherò i populisti, i marxisti legali e i revisionisti come portabandiera degli interessi della borghesia contadina, nella quale cercavano appoggio contro il pericolo che costituiva il proletariato rivoluzionario.

Lenin elaborò il primo programma agrario-marxista per il II Congresso del Partito Operaio Socialdemocratico di Russia, organizzato nel 1903. In esso fissò l’alleanza operaia-contadina come la pietra angolare del leninismo – partendo dai lavori di Marx e Engels. Il programma marxista-leninista criticava l’idea populista di porre la classe contadina alla testa della lotta emancipatrice, a causa della sua dispersione economica e mancanza di sviluppo politico. Per Lenin il fondamento dell’alleanza doveva esser il partito operaio marxista. Il II Congresso del POSDR sancì il suo programma agrario con due compiti principali: farla finita con la schiavitù e propiziare lo sviluppo della lotta di classe nella campagna. Inoltre Lenin sostenne la necessità di distinguere il proletariato agricolo da tutta la massa di contadini, poiché era in questo settore nel quale si poteva suscitare la coscienza di classe e promuovere l’alleanza intorno al proletariato industriale. Inoltre mise in guardia sul fatto che sarebbe stato prematuro un progetto di nazionalizzazione della terra, poiché esso avrebbe promosso tra i contadini la speranza di convertirsi in piccoli proprietari, avvicinandoli alle idee piccolo-borghesi e populiste, allontanandoli dallo sviluppo di una coscienza di classe proletaria[24].

Così, mentre nell’Europa occidentale la questione operaia si poneva in primo piano, in Russia il dibattito più acceso si svolgeva intorno alla questione agraria-contadina. Lenin denunciò i partiti monarchico-borghesi di voler adattare il possesso della terra alle richieste dello sviluppo capitalista. In cambio valorizzò positivamente la tendenza democratica dei partiti piccolo-borghesi – che si erano distinti nella rivoluzione del 1905 – poiché le loro azioni servivano per lottare contro la vecchia Russia e le sue strutture feudali. Tuttavia Lenin segnalò che nessun partito populista poteva offrire un programma di lotta che includesse veramente la classe contadina. In questo senso dibatté contro i menscevichi “di destra”, guidati da Plechanov, e quelli “di sinistra”, guidati da Trotskij, che sottovalutavano l’importanza dei contadini nella vita politica della Russia. Di fatto la parola d’ordine trotskista “Senza zar, per un governo operaio” implicava la negazione dell’alleanza operaia-contadina, posizione che, secondo Lenin, avrebbe portato al fallimento della rivoluzione. La strategia proposta dal leninismo contemplava che il proletariato avrebbe portato avanti la rivoluzione democratica (attraendo le masse contadine) e successivamente la rivoluzione socialista (attraendo i contadini semi-proletari)[25].

Fin dal 1905 Lenin sostenne che il compito fondamentale nella campagna doveva essere lo sviluppo della lotta di classe. Tuttavia la crescita del movimento contadino lo portò a revisionare il suo stesso programma. In una serie di scritti pose che il partito avrebbe dovuto appoggiare le misure rivoluzionarie dei contadini, incluso la confisca delle terre. Doveva organizzare in modo indipendente il proletariato rurale, mostrandogli che i loro interessi erano inconciliabili con quelli della borghesia rurale. Finché si conservava la proprietà privata della terra si doveva combattere contro i proprietari fondiari e favorire la proprietà contadina, anche se in “determinate condizioni politiche” si sarebbe potuto lottare contro la proprietà privata e a favore della nazionalizzazione della terra. La soluzione della questione agraria iniziava dal passaggio dalle relazioni feudali a quelle borghesi, cosa che poteva esser raggiunta per due cammini: la riforma o la rivoluzione. Il primo cammino, il “prussiano”, combinava lo sviluppo capitalista con resti di strutture feudali. Il secondo, il “nordamericano”, chiudeva completamente con il feudalesimo e apriva il cammino per l’economia di agricoltori puramente capitalisti. Dall’abolizione della schiavitù, con la riforma del 1861, e successivamente con la riforma di Stolypin, nel 1906, si transitava dalla prima via. Lenin difendeva il cammino “americano” attraverso una rivoluzione coronata dalla vittoria del proletariato e i contadini[26].

Il nuovo programma agrario leninista si distinse per l’idea della “continuità della rivoluzione”, ossia, la trasformazione della rivoluzione democratico-borghese in rivoluzione socialista. Sul piano politico, la dittatura del proletariato e dei contadini. Sul piano economico, la nazionalizzazione dei mezzi di produzione, inclusa la terra. Lenin segnalò che la nazionalizzazione della terra era una misura borghese e che in sé stessa non combatteva lo sfruttamento. Tuttavia, quando il proletariato ha il potere politico, la nazionalizzazione è uno strumento fondamentale per attaccare lo sfruttamento, è il primo passo verso il regime socialista – da qui gli obiettivi politici ed economici furono a portata di mano – e siccome l’ottenimento del potere poteva ottenersi solo attraverso il proletariato, si doveva insistere sull’alleanza operaia-contadina.

I leninisti si pronunciarono a favore della nazionalizzazione della terra nel IV Congresso di “Unificazione” del POSDR, celebrato nell’aprile del 1905[27]. I suoi principali oppositori furono i menscevichi, guidati da Plechanov, che presentarono un progetto di municipalizzazione in cui organismi democratici amministravano le terre locali conseguite per mezzo di confisca o indennizzo. A differenza dei comitati contadini locali proposti da Lenin – formati da proletari e semiproletari rurali – le municipalità raggruppavano tutti, eliminando le differenze di classe. Lenin qualificò la municipalizzazione come “erronea e nociva” e decise di allearsi con un settore dei bolscevichi che proponeva la spartizione delle terre, misura che i contadini accettarono con favore, ma che risultava insufficiente come misura rivoluzionaria. Ciononostante i bolscevichi vinsero la votazione grazie alla maggioranza dei suoi delegati, anche se il loro progetto non fu ben accolto dai deputati contadini e populisti della Duma. Lenin in merito ai risultati del IV Congresso affermava che il programma di partito continuava a essere un programma di compromesso con la reazione. Non un programma socialdemocratico, ma demo-costituzionalista[28].

L’anno seguente si mise in pratica la riforma agraria del ministro Stolypin, una politica che incentivò la creazione di un mercato di compravendita di terre, disintegrò i possedimenti della comunità contadina e rafforzò la proprietà agraria individuale, contribuendo a che crescesse una classe di proprietari (kulaki) tra gli strati superiori della classe contadina. La riforma inoltre realizzò una politica migratoria e di colonizzazione che rovinò i contadini più poveri, lasciandoli senza terra e senza casa. Nel suo articolo “La sostanza della «questione agraria in Russia»”, Lenin afferma che, sebbene la riforma del 1906 avesse rafforzato lo sviluppo capitalista nell’agricoltura, essa non distrusse in modo radicale le vecchie relazioni feudali, lasciando quasi intatti, per esempio, i possedimenti dei latifondisti, in modo che lo sviluppo del capitalismo nella campagna continuava ad esser ostacolato dalle strutture feudali[29].

La divisione di classe nella campagna accelerò grazie allo sviluppo del poderoso movimento cooperativo, che ebbe effetti distruttivi sulla comunità rurale. Da un lato, la classe di imprenditori capitalisti si rafforzò, allo stesso tempo che il proletariato agricolo aumentava il suo numero. Con l’organizzazione di cooperative agricole i contadini, sia produttori che consumatori, uscirono dal loro isolamento e si incorporarono progressivamente nell’economia capitalista. Tuttavia molti socialisti posero la tesi riformista che il movimento cooperativo era “neutrale” e che stava “al margine delle classi”. Inoltre segnalarono il carattere socialista delle cooperative. Lenin criticò questa idea, denunciando che le cooperative non erano una opzione trasformatrice in sé stesse, poiché, finché il proletariato non avesse conquistato il potere, queste avrebbero rafforzato la borghesia rurale[30]. Nonostante questo, il movimento cooperativo significava un grande avanzamento per indebolire le relazioni feudali che prevalevano nella campagna russa, per cui bisognava dargli un orientamento democratico-rivoluzionario[31].

Altro fattore che influì poderosamente nelle strutture agrarie fu la partecipazione della Russia alla Prima Guerra Mondiale. Il conflitto portò la campagna sul baratro della catastrofe economica, generando una crisi di approvvigionamenti alimentari e attrezzi agricoli. Il reclutamento si concentrò nei contadini poveri, poiché i proprietari terrieri e kulaki avevano i mezzi per evitare il servizio militare. Inoltre la guerra tagliò i legami economici con l’estero, paralizzando e colpendo il mercato interno. A ragione Lenin affermerà che la guerra aveva fatto avanzare di trent’anni la lotta rivoluzionaria, conducendo i paesi dell’Europa verso la rovina e obbligandoli a fare passi verso il socialismo[32].

Tuttavia uno degli approcci fondamentali di Lenin era precisamente quello di concretare in primo luogo la rivoluzione democratico-borghese, prima di lottare per il socialismo[33]. Il momento giunse con la rivoluzione di febbraio del 1917, un’alleanza tra liberali e socialisti che culminò con la caduta della monarchia russa. Lenin presentò allora le sue famose “Tesi di Aprile”, nelle quali sostenne che lo sviluppo rivoluzionario aveva dato il potere alla borghesia, per cui si poteva avanzare alla seconda tappa, conquistare il potere per il proletariato e i contadini poveri. Si poneva inoltre un nuovo tipo di Stato: la repubblica dei soviet dei deputati operai e contadini. La dittatura del proletariato e dei contadini fu la bandiera leninista durante la fase borghese della rivoluzione, formula che adesso venne sostituita dalla dittatura del proletariato e dei “contadini poveri”. Una volta conquistata la repubblica democratica lo Stato socialista sovietico si presentava come la prossima meta[34].

Il programma agrario leninista fu approvato nella VII Conferenza bolscevica, celebrata nell’aprile del 1917, e successivamente formò parte del secondo programma del Partito Comunista Bolscevico Russo, approvato nel 1919. Questo programma si può sintetizzare in tre punti: 1) confisca della grande proprietà agraria e nazionalizzazione di tutta la terra (la quale si ridistribuirà tra i contadini, ma la proprietà sarà dello Stato); 2) organizzare i proletari rurali in una forza di classe indipendente (i soviet e sindacati agricoli saranno la base per organizzare i 7 milioni di salariati rurali); e 3) organizzare la produzione agricola con due tipi di aziende collettive (i Sovkhozy – imprese statali – e Kolchoz – cooperative agricole di piccoli e medi produttori)[35].

L’influenza del programma bolscevico sulle masse contadine fu notevole, fomentando la loro radicalizzazione e allontanamento dai partiti riformisti, riuscendo ad avvicinare la loro lotta a quella della classe operaia. La grande agitazione contadina rivoluzionaria diede come risultato il Mandato Contadino – agosto 1917 – un documento elaborato a partire da 242 mandati locali che furono inviati al Comitato Esecutivo Centrale del Soviet di deputati contadini. Lenin lo qualificò come un documento rivoluzionario e sostenne che il proletariato doveva sostenerlo per attrarre alla loro lotta i lavoratori contadini[36]. In sintesi, il Mandato esigeva la confisca delle terre private – senza indennizzo, il trasferimento allo Stato dei terreni di alto rendimento, la proibizione della compravendita di terre, del lavoro salariato e della locazione. Lenin sostenne che solo con l’alleanza tra operai e contadini poveri, e sotto la direzione bolscevica, era possibile raggiungere le rivendicazioni del Mandato. I politici riformisti, come avevano fatto negli anni precedenti, criticarono l’alleanza operaia-contadina, ma Lenin li affrontò argomentando che non tutti i contadini erano di mentalità piccolo-borghese e che la storia recente dimostrava che i lavoratori rurali prendevano coscienza dei loro interessi di classe e che erano disposti a lottare sotto le bandiere del proletariato[37].

Uno dei primi atti del regime socialista, dopo il trionfo bolscevico nella Rivoluzione d’Ottobre del 1917, fu lo storico “Decreto sulla Terra”, che conteneva le esigenze più importanti del Mandato Contadino, come l’abolizione della proprietà privata della terra senza indennizzo. Con il “Decreto sulla terra”, il Partito Comunista si guadagnò l’appoggio di ampi settori dei contadini (soprattutto i medi e bassi) durante i primi mesi del nuovo governo, allontanando considerevolmente le masse contadine dai politici riformisti[38].

Continuando con la sua politica agraria, nel febbraio del 1918 il governo sovietico pubblicò la “Legge sulla socializzazione della terra”, la quale ebbe un impatto rivoluzionario molto grande, attraendo milioni di contadini verso la rivoluzione socialista. Il Partito Comunista trasferì immediatamente le terre confiscate dei latifondisti ai contadini, senza compensazione né indennizzo. Il punto controverso della legge risiedeva nella istituzione dell’usufrutto egualitario sulla terra, una rivendicazione piccolo-borghese. Il Partito Comunista fu d’accordo, visto che l’usufrutto egualitario non significava un pericolo per la politica agraria (soprattutto dopo la conquista del potere e la nazionalizzazione della terra). Era meglio la pratica di persuadere i contadini poveri e medi che l’usufrutto egualitario originava divisione di classe e rafforzava la borghesia rurale, in questo modo il loro appoggio alla lotta rivoluzionaria socialista sarebbe stato ancora più solido. È per questo che i bolscevichi inclusero le tesi agrarie di Lenin nella “Leggi sulla socializzazione della terra”, appoggiando la creazione di aziende collettive, affinché i contadini si incorporassero gradualmente al progetto socialista[39].

Oltre all’usufrutto egualitario, il governo sovietico accettò altre rivendicazioni contadine con le quali non era d’accordo – come la municipalizzazione della terra. Questo non contraddiceva le posizioni di Lenin, che spiegava che, una volta che il potere è nelle mani del proletariato, è necessario un periodo di transizione dal capitalismo al socialismo, che richiede misure di transizione per consolidare l’appoggio dei settori rurali. La nazionalizzazione della terra, per esempio, frenò la crescita dei kulaki e salvò dalla rovina i contadini poveri e medi, concedendo l’usufrutto egualitario della terra e proibendo la compravendita delle terre e locazioni, facilitò il transito dal piccolo sfruttamento agricolo alla grande azienda collettiva[40].

Il primo risultato concreto della rivoluzione fu la liquidazione delle grandi aziende e del sistema feudale di possesso della terra. Il secondo risultato fu la creazione di un nuovo sistema agrario nel quale imperava la piccola produzione mercantile contadina – rispettando la fase di transizione segnalata da Lenin. Il contadino medio si convertì nella figura centrale della nuova agricoltura sovietica, evitando gli estremi del kulak e del contadino povero. La cosa positiva della fase di transizione è che mostrava ai contadini gli enormi svantaggi economici dello sfruttamento mercantile individuale, situazione che convinse gradualmente a passare verso le aziende collettive. Il saldo negativo di questa politica furono i modesti rendimenti economici generati dall’agricoltura basata sulla piccola produzione[41].

Così la spartizione immediata delle terre verso i contadini si basava sulla posizione leninista che il piccolo sfruttamento agricolo è più progressista che le aziende feudali. È certo che i bolscevichi preferivano convertire le vecchie aziende produttive dei proprietari terrieri in centri agricoli statali, ma il loro numero era molto ridotto in Russia. I bassi rendimenti della produzione agricola a piccola scala non erano un problema per i leninisti, poiché la meta principale non era la produzione, ma l’eliminazione delle condizioni di sfruttamento[42]. Con la spartizione agraria i bolscevichi evitavano l’esperienza ungherese, la cui rivoluzione socialista del 1919 creò immediatamente le aziende statali, provocando un grande malcontento tra i contadini nel non ricevere le terre espropriate ai latifondisti.

In “I compiti immediati del Potere sovietico”, del 1918, Lenin sostiene che nei primi sei mesi del governo rivoluzionario si distruggerà la grande proprietà dei proprietari terrieri. Il seguente compito consisteva nell’affrontare i problemi amministrativi per transitare gradualmente verso un “capitalismo di Stato”, tappa obbligata per giungere al socialismo. Tuttavia l’intervento straniero e la guerra civile che scoppiò a metà del 1918 obbligò a cambiare la politica agraria dei bolscevichi. Invece del “capitalismo di Stato”, il Partito Comunista dovette imporre il comunismo di guerra, con misure di violenza rivoluzionaria e coercizione economica[43].

Dall’altra parte, quando la rivoluzione cominciò a compiere il programma socialista, emersero le profonde divisioni all’interno della classe contadina. “La campagna ha perduto la sua unità”, affermò Lenin, riferendosi alla divisione di base tra contadini poveri e kulaki. Le terre confiscate si spartirono tra le comunità agrarie d’accordo col principio egualitario, assestando un duro colpo alla borghesia agricola e gli altri settori ricchi della campagna. Come spiegò Lenin, la spartizione agraria era solo l’inizio, serviva per mostrare che la terra non era più proprietà dei latifondisti e che passava ai contadini, ma non era sufficiente. L’organizzazione collettiva del lavoro era fondamentale per impiantare il socialismo nella campagna, e questo si sarebbe ottenuto nella misura in cui i contadini poveri e medi si sarebbero resi conto che la distribuzione egualitaria avrebbe beneficiato in fondo i kulaki, che con i loro capitali e mezzi di produzione avrebbero finito per imporre una nuova dipendenza[44].

Per avanzare con la rivoluzione socialista bisognava svegliare la coscienza delle masse lavoratrici della campagna. Questo si ottenne con l’organizzazione dei comitati dei contadini poveri, come lo stesso Lenin affermò: “Con questa misura abbiamo infatti varcato la linea di demarcazione che separa la rivoluzione borghese dalla rivoluzione socialista[45]. Tra il giugno del 1918 e il marzo del 1919, il Partito Comunista inviò oltre 40 mila operai d’avanguardia nelle comunità agricole, stringendo i legami tra proletari urbani e rurali. In coordinamento con i comitati di contadini poveri, i leader operai realizzarono una vera trasformazione rivoluzionaria nella campagna, per esempio, limitando il potere dei kulaki e confiscando il grano degli accaparratori. Come Lenin sostenne: “Questi operai portano il socialismo nelle campagne, conquistano i contadini poveri, li organizzano e li istruiscono, li aiutano a schiacciare la resistenza della borghesia[46]. Grazie al lavoro dei comitati di contadini poveri e degli operai, molti contadini medi si incorporarono alla lotta rivoluzionaria.

Paradossalmente, l’importanza dei comitati di contadini poveri andò scomparendo nella misura in cui i contadini realizzavano i loro compiti rivoluzionari. Altro fattore problematico fu che le azioni dei comitati cominciarono a scontrarsi con il lavoro dei soviet. Lenin propose allora di eliminare la “dualità di potere” nella campagna: “Abbiamo deciso che i comitati di contadini poveri e i soviet rurali non siano separati. Si avranno altrimenti dissidi e chiacchiere inutili. Fonderemo i comitati di contadini poveri con i soviet, faremo in modo che questi comitati si trasformino in soviet[47]. In questo modo i Soviet si convertirono negli unici organi di potere nella campagna, fatto che Lenin qualificò come “un rivolgimento che è avvenuto senza chiasso, che non si è manifestato clamorosamente, che non ha colpito tutti come la rivoluzione d’ottobre, ma che assume tuttavia una portata incomparabilmente più profonda e significativa[48].

La rivoluzione socialista aveva trionfato nella campagna russa. Sotto la direzione del Partito Comunista e delle posizioni marxiste-leniniste, il contadino in alleanza con il proletariato sconfigge i capitalisti e i proprietari terrieri nell’ottobre del 1917. Posteriormente, l’alleanza tra proletari e contadini poveri assesterà un colpo letale ai kulaki che appoggiarono la controrivoluzione nel 1918. La storia dimostrò la validità della tesi di Lenin sulla trasformazione della rivoluzione democratico-borghese in rivoluzione socialista, corroborando anche l’importanza dell’alleanza operaia-contadina che Marx e Engels avevano abbozzato.

Fino a qui la nostra rassegna delle idee leniniste sulla questione contadina, durante le tappe della transizione della rivoluzione democratico-borghese alla rivoluzione proletaria. Rimane valida l’analisi del ruolo svolto dai contadini nel consolidamento del potere sovietico. Tuttavia, come segnalerà Stalin, anche se l’alleanza operaia-contadina è una delle questioni più palpitanti del leninismo, il suo punto di partenza e asse fondamentale fu sempre la dittatura del proletariato. L’analisi di Lenin concluse che la maggioranza dei contadini possedevano una capacità rivoluzionaria, e che questo poteva essere utile nell’interesse della dittatura del proletariato. Come affermò Stalin nel 1924: “La storia delle tre rivoluzioni in Russia conferma pienamente le conclusioni del leninismo su questo punto[49].

* di Irving Reynoso Jaime da elcomunista.nuevaradio.org (Organo del CC del Partito Comunista del Messico)

Note:

[1] La questione agraria è il funzionamento delle leggi che regolano l’economia agricola secondo il modo di produzione dominante in essa o che governano la transizione di un modo di produzione all’altro in questo ambito, mentre la questione contadina è l’effetto sociale che il funzionamento di queste leggi provoca nella popolazione della campagna in un concreto momento storico, cfr. Horacio CRESPO, “Campo y ciudad. Teoría marxista de la diferenciación campesina”, in K’ollana. Revista de Definición Ideológica y Concentración Socialista, núm. 1, marzo-abril, Perú, 1982, p. 10.

[2] Cfr. Leon Trotsky, “La Krestintern y la Liga Antiimperlialista”, BiulletenOpozitsi (Boletín de Oposición), numeri. 15-16, settembre-ottobre, Parigi, 1930. Trascrizione in lingua spagnola: http://www.ceip.org.ar/escritos/Libro2/html/T02V106.htm

[3] Cit. K. Marx e F. Engels, “Manifesto del Partito Comunista”, in Karl Marx – Friedrich Engels, Opere Complete, vol. 6, [1845-1848], Editori Riuniti, Roma, 1973, cap. I, Borghesi e proletari, pp. 483-518. http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cl/madcma.htm

[4] Questa visione tradizionale si esprime in opere come quella di David MITRANY, Marx Against the Peasant. A Study in Social Dogmatism, University of North Carolina Press, Chapel Hill, 1951.

[5]Un piccolo appezzamento di terreno, il contadino e la sua famiglia; un po’ più in là un altro piccolo appezzamento di terreno, un altro contadino e un’altra famiglia. Alcune diecine di queste famiglie costituiscono un villaggio e alcune diecine di villaggi un dipartimento. Così la grande massa della nazione francese si forma con una semplice somma di grandezze identiche, allo stesso modo che un sacco di patate risulta dalle patate che sono in un sacco.”, cfr. K. Marx, “Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte”, in Karl Marx – Friedrich Engels, Opere Complete, vol. 11, [1851-1853], Editori Riuniti, Roma, 1982, pp. 105-205.

[6] Ibidem.

[7] Ibidem.

[8] Cit. Karl Marx, “Marx a Engels, 16 aprile” (1856) in Karl Marx – Friedrich Engels, Opere Complete, vol. 40, Lettere 1856-1859, Editori Riuniti, Roma, 1973 pp. 46-48.

[9] Cfr. Crespo, “Campo y ciudad”, 1982, p. 13. Per Crespo ciò che caratterizza le opinioni di Marx sui contadini è l’ambivalenza generata dalla tensione tra il modello teorico e la realtà storica concreta, ibidem, p. 11.

[10] Cit. Karl Marx, “Abbozzi della lettera di risposta a Vera Zasulič”, 16 febbraio 1881, in Karl MARX e Friedrich ENGELS, Opere Scelte, in tre volumi, v. III, Editorial Progreso (in lingua spagnola), Mosca, 1974. Trascrizione spagnola: https://www.marxists.org/espanol/m-e/1880s/81-a-zasu.htm; Trascrizione inglese: https://www.marxists.org/archive/marx/works/1881/zasulich/draft-1.htm; la traduzione in italiano è a cura di Critica Proletaria.

[11] Ibidem.

[12] Cfr. Karl Marx, “Appunti sul libro di Bakunin ‘Stato e Anarchia’”, in K. Marx e F. Engels, Marxismo e Anarchismo, Editori Riuniti, Roma 1971.

[13] Cfr. Crespo, “Campo y ciudad”, 1982, p. 13.

[14] Cit. Friedrich Engels, “Le condizioni sociali in Russia” (Volksstaat, 16-18-21 aprile 1875), in K. Marx – F. Engels, “India, Cina, Russia. Le premesse per tre rivoluzioni” a cura di B. Maffi, il Saggiatore, Milano, ed. 2008, pp. 223-239.

[15] Ibidem.

[16] Friedrich Engels, “Engels a Nikolaj Francevič Danielson, 24 febbraio”, Londra, 24 febbraio 1893 Karl Marx – Friedrich Engels, Opere Complete, vol. 50, Lettere 1893-1895, Editori Riuniti, Roma, 1977. pp. 42-45.

[17] Cit. Friedrich Engels, “Proscritto a Condizioni sociali in Russia”, K. Marx – F. Engels, “India, Cina, Russia. Le premesse per tre rivoluzioni” a cura di B. Maffi, il Saggiatore, Milano, ed. 2008, pp. 285-300.

[18] Cfr. Friedrich Engels, “La questione Contadina in Francia e in Germania”.

[19] L’analisi delle posizioni di Lenin rispetto alla classe contadina è basata nell’opera di Sergeĭ Pavlovich Trapeznikov, “El leninismo y el problema agrario campesino”, v. I, Editorial Progreso, Mosca, 1979 (in lingua spagnola).

[20] Cfr. Vladimir I. Lenin, “Lo sviluppo del capitalismo in Russia. Processo di formazione del mercato interno” (1899), da V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 3 [1896-1898], Editori Riuniti, Roma, 1956, pp.1-7.

[21] Cfr. Vladimir I. Lenin, “Che sono gli «amici del popolo» e come lottano contro i socialdemocratici?” (1894), da V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 1 [1893-1894], Editori Riuniti, Roma, 1955, pp. 139-350.

[22] Ibidem.

[23] Vedere il lavoro già citato “Lo sviluppo del capitalismo in Russia”, così come “Il capitalismo nell’agricoltura” (1900), da V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 4 [1898-1901], Editori Riuniti, Roma, 1957, pp. 107-160; e “Recensione. Karl Kautsky. Die Agrarfrage. EineVebersichtiiber die Tendenzen der modernen Landwirtschaftund und die Agrarpolitik u.s.w.” (1898), da V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 4 [1898-1901], Editori Riuniti, Roma, 1957, pp. 95-102.

[24] Sulle posizioni del programma agrario di Lenin e l’alleanza operaia-contadina vedere: Vladimir I. Lenin, “Il partito operaio e i contadini” (1901), da V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 4 [1898-1901], Editori Riuniti, Roma, 1957, pp. 457-465; e “Il programma agrario della socialdemocrazia russa” (1902), da V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 6 [gennaio 1902 – agosto 1903], Editori Riuniti, Roma, 1959, pp. 95-136.

[25] Su questa strategia vedere Vladimir I. Lenin, “Il programma agrario della socialdemocrazia nella prima rivoluzione russa del 1905-1907”, Opere Complete, Editori Riuniti, vol. 13, pp. 203-409; “Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica” (1905), Opere Complete, Editori Riuniti, vol. 9, pp. 9-126.

[26] Vladimir I. Lenin, “Il programma agrario della socialdemocrazia nella prima rivoluzione russa del 1905-1907”, da V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 13 [luglio 1907 – marzo 1908], Editori Riuniti, Roma, 1965, pp. 203-409; “Revisione del programma agrario del Partito Operaio” (1906), da V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 10 [novembre 1905 – giugno 1906], Editori Riuniti, Roma, 1961, pp. 159-185.

[27] Vladimir I. Lenin, “Che sono gli «amici del popolo» e come lottano contro i socialdemocratici?”; “Revisione del programma agrario del Partito Operaio”.

[28] Vladimir I. Lenin, “Revisione del programma agrario del Partito Operaio”; “Relazione sul Congresso di Unificazione del POSDR – Lettera agli operai di Pietroburgo” (1906), da V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 10 [novembre 1905 – giugno 1906], Editori Riuniti, Roma, 1961, pp. 303-363; “Congresso di Unificazione del POSDR 10 (23) aprile – 25 aprile (8 maggio) 1906” (1907), da V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 10 [novembre 1905 – giugno 1906], Editori Riuniti, Roma, 1961, pp. 263-295.

[29] Vladimir I. Lenin, “La sostanza della «questione agraria in Russia»” (1912), da V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 18 [aprile 1912 – marzo 1913], Editori Riuniti, Roma, 1966, pp. 65-69.

[30] Vladimir I. Lenin, “Il capitalismo nell’agricoltura”; “Avventurismo rivoluzionario” (1902), da V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 6 [gennaio 1902 – agosto 1903], Editori Riuniti, Roma, 1959, pp. 175-195.

[31] Vladimir I. Lenin, “Progetto di risoluzione sulle cooperative presentato dalla delegazione del POSDR al Congresso di Copenaghen” (1910), da V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 16 [settembre 1909 – dicembre 1910], Editori Riuniti, Roma, 1965, pp. 247-248.

[32] Vladimir I. Lenin, “Dal diario di un pubblicista. Contadini e operai” (1917), da V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 25 [giugno-settembre 1917], Editori Riuniti, Roma, 1967, pp. 263-270; vedere anche “La catastrofe imminente e come lottare contro di essa” (1917), da V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 25 [giugno-settembre 1917], Editori Riuniti, Roma, 1967, pp. 305-347.

[33] Vladimir I. Lenin, “Il programma agrario della socialdemocrazia nella prima rivoluzione russa del 1905-1907”; “Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica”.

[34] Vladimir I. Lenin, “Sui compiti del proletariato nella rivoluzione attuale” (1917), da V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 24 [aprile-giugno 1917], Editori Riuniti, Roma, 1966, pp. 9-16.

[35] Vladimir I. Lenin, “Il programma agrario della socialdemocrazia nella prima rivoluzione russa del 1905-190”; “Lettera di commiato agli operai svizzeri” (1917), Opere Complete, Editori Riuniti, vol. 23, pp. 364-; “Settima Conferenza Panrussa del POSDR(b)” (1917), Opere Complete, Editori Riuniti, vol. 24, pp. 225-324; “Risposta alla critica del nostro progetto di programma” (1903), Opere Complete, Editori Riuniti, vol. 6, pp. 405-419; “Revisione del programma agrario…”; “Il Congresso dei deputati contadini”, Opere Complete, Editori Riuniti, vol. 24, pp. 165-168; “Primo Congresso dei deputati contadini di tutta la Russia” (1917) V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 24 [aprile-giugno 1917], Editori Riuniti, Roma, 1966, pp.493-516; “Sui compiti del proletariato nella rivoluzione attuale”, da V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 24 [aprile-giugno 1917], Editori Riuniti, Roma, 1966, pp.9-16

[36] Vladimir I. Lenin, “Dal diario di un pubblicista. Contadini e operai”.

[37] Ibidem.

[38] Vladimir I. Lenin, “II Congresso dei Soviet dei deputati operai e soldati di tutta la Russia” (1917), da V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 26 [settembre 1917 – febbraio 1918], Editori Riuniti, Roma, 1966, pp. 227-245; “L’alleanza degli operai con i contadini lavoratori e sfruttati” (1917), da V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 26 [settembre 1917 – febbraio 1918], Editori Riuniti, Roma, 1966, pp. 318-320.

[39] Vladimir I. Lenin, “VI Congresso Straordinario dei Soviet di deputati degli operai, dei contadini, dei cosacchi e dei soldati dell’Esercito Rosso”. (Discorso per il primo anniversario della rivoluzione) (1918), da V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 28 [luglio 1918 – marzo 191], Editori Riuniti, Roma, 1967, pp. 135-166.

[40] Vladimir I. Lenin, “Tesi per il secondo Congresso dell’Internazionale Comunista” (1920), da V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 31 [aprile-dicembre 1920], Editori Riuniti, Roma, 1967, pp. 157-202.

[41] Vladimir I. Lenin, “Economia e politica nell’epoca della dittatura del proletariato” (1919), da V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 30 [settembre 1919 – aprile 1920], Editori Riuniti, Roma, 1967, pp.88-98.

[42] Vladimir I. Lenin, “Tesi per il secondo Congresso dell’Internazionale Comunista” (1920), da V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 31 [aprile-dicembre 1920], Editori Riuniti, Roma, 1967, pp. 157-202.

[43] Vladimir I. Lenin, “I compiti immediati del potere sovietico” (1918), da V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 27 [febbraio – luglio 1918], Editori Riuniti, Roma, 1967, pp.213-248.

[44] Vladimir I. Lenin, “Discorso al I Congresso delle sezioni agrarie, dei comitati di contadini poveri e delle comuni di tutta la Russia” (1918), da V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 28 [luglio 1918 – marzo 1919], Editori Riuniti, Roma, 1967, pp. 342-352; “Discorso ai delegati dei contadini poveri” (1918), da V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 28 [luglio 1918 – marzo 191], Editori Riuniti, Roma, 1967, pp. 173-180.

[45] Cit. Vladimir I. Lenin, “Discorso alla seduta comune del Comitato Esecutivo Centrale, del Soviet di Mosca e del Congresso dei Sindacati di Russia” (1919) da V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 28 [luglio 1918 – marzo 191], Editori Riuniti, Roma, 1967, pp. 396-410.

[46] Cit. Vladimir I. Lenin, “La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky” (1918), da V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 28 [luglio 1918 – marzo 191], Editori Riuniti, Roma, 1967, pp. 106-114 e pp.231-330.

[47] Cit. Vladimir I. Lenin, “Discorso ai delegati dei contadini poveri” (1918), da V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 28 [luglio 1918 – marzo 191], Editori Riuniti, Roma, 1967, pp. 173-180.

[48] Cit. Vladimir I. Lenin, “Discorso al I Congresso delle sezioni agrarie, dei comitati di contadini poveri e delle comuni di tutta la Russia” (1918), da V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 28 [luglio 1918 – marzo 1919], Editori Riuniti, Roma, 1967, pp. 342-352.

[49] Cit. J. Stalin in “I principi del leninismo. Conferenze fatte all’Università Sverdlov al principio d’aprile 1924”, Soc. Editrice “L’Unità” – Roma – 1945 – Nuova Biblioteca Marxista-Leninista, pp. 49.