LA NUOVA TRINCEA DELLA BATTAGLIA TEORICA

ADN-ZB/Archiv/ II. Weltkrieg 1939-45 Die Stalingrader Schlacht begann im Juli 1942. In erbitterten, beiderseits verlustreichen Kämpfen wehrte die Rote Armee das weitere Vordringen der faschistischen Truppen ab. Während der sowjetischen Gegenoffensive im November 1942 wurden über 300 000 Mann eingeschlossen. Die Reste dieser Verbände, etwa 91 000 Mann, kapitulierten am 31.3. und 2.2.1943 Rotarmisten bekämpfen vom Dach eines Hauses in Stalingrad den Gegner, Januar 1943

Di Stalin leggiamo nei PRINCIPI DEL LENINISMO (Lezioni tenute all’università Sverdlov) all’inizio del Capitolo III, intitolato “La teoria”:

“… Alcuni credono che il leninismo sia il prevalere della pratica sulla teoria, nel senso che l’essenziale in esso sia la traduzione in atto delle tesi marxiste, l’«applicazione» di queste tesi e che, nei riguardi della teoria, il leninismo sia, secondo loro, abbastanza noncurante. È noto che Plekhanov schernì più volte la «noncuranza» di Lenin per la teoria e specialmente per la filosofia. È noto, d’altra parte, che la teoria non è molto nelle grazie di molti leninisti pratici d’oggigiorno, a causa soprattutto dell’enorme quantità di lavoro pratico cui la situazione li costringe a sobbarcarsi. Devo dichiarare che questa opinione più che strana su Lenin e sul leninismo è completamente falsa e non corrisponde per niente alla realtà, che la tendenza dei pratici a infischiarsi della teoria contraddice a tutto lo spirito del leninismo ed è gravida di seri pericoli per la nostra causa.


La teoria è l’esperienza del movimento operaio di tutti i paesi, considerata sotto l’aspetto generale. Naturalmente la teoria diventa priva di oggetto se non viene collegata con la pratica rivoluzionaria, esattamente allo stesso modo che la pratica diventa cieca se non si rischiara la strada con la teoria rivoluzionaria. Ma la teoria può diventare un’enorme forza del movimento operaio se viene elaborata in unione indissolubile con la pratica rivoluzionaria, poiché essa e soltanto essa può dare al movimento sicurezza, capacità di orientamento e comprensione del legame intimo degli avvenimenti circostanti, poiché essa e soltanto essa può aiutare la pratica a comprendere non soltanto come e in qual direzione si muovono le classi nel momento presente, ma anche come e in quale direzione esse devono muoversi nel prossimo avvenire.

È stato proprio Lenin che ha detto e ripetuto decine di volte la nota tesi che:
«Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario» (Che fare?).
Più d’ogni altro, Lenin comprendeva la grande importanza della teoria, specialmente per un partito come il nostro, in considerazione della funzione che gli è toccata, di combattente d’avanguardia del proletariato internazionale, in considerazione della complicata situazione interna e internazionale che lo circonda. Prevedendo questa funzione particolare del nostro partito sin dal 1902, egli riteneva necessario, sin d’allora, ricordare che:
«Solo un partito guidato da una teoria d’avanguardia può adempiere la funzione di combattente d’avanguardia» (Ibid.).
Non occorre dimostrare che oggi, la predizione di Lenin sulla funzione del nostro partito essendosi già realizzata, questa tesi di Lenin acquista una particolare forza e un’importanza particolare.
Forse la prova più lampante della grande importanza che Lenin attribuiva alla teoria dovrebbe essere cercata nel fatto che Lenin stesso si assunse il compito estremamente importante di generalizzare, secondo la filosofia materialistica, tutte le conquiste più importanti fatte dalla scienza nel periodo da Engels a Lenin, e di criticare a fondo le correnti antimaterialistiche fra i marxisti. Engels diceva che «il materialismo deve prendere un nuovo aspetto a ogni nuova grande scoperta». È noto che per la sua epoca questo compito fu assolto proprio da Lenin con la sua opera poderosa Materialismo ed empiriocriticismo. È noto che Plekhanov, pur tanto incline a schernire la «noncuranza» di Lenin per la filosofia, non ebbe l’animo di accingersi seriamente all’adempimento di questo compito … “

Questo è forse il nucleo fondante e fecondo della formidabile opera di Stalin sui Principi del leninismo.

Subito prima egli inquadra questa mirabile sintesi nel paragrafo a) l’importanza della teoria per il movimento proletario ed i successivi paragrafi b) la critica della «teoria» della spontaneità e c) la teoria della rivoluzione proletaria serviranno sostanzialmente da corollario alla tesi dimostrata sulla teoria rivoluzionaria. Tutto ciò serve pure a determinare il marxismo-leninismo in quanto “dottrina politica” e non semplicemente ideologia, omologabile per intenderci alle ideologie borghesi, in quanto viene già nella Teoria dialetticamente implicato il Materialismo, che «deve prendere un nuovo aspetto a ogni nuova grande scoperta», Stalin cita letteralmente Engels nel medesimo paragrafo.

Nel mentre rileggiamo ed analizziamo quest’opera di Stalin alla luce dell’esperienza storica del XX secolo e segnatamente del suo ultimo scorcio, allorquando si è vista ammainata la bandiera dell’Unione Sovietica dai tetti del Cremlino, non possiamo che inquadrare tali temperie in un compito largamente inevaso dal movimento comunista internazionale: la battaglia teorica contro le (false) ideologie borghesi e contro la loro penetrazione o contaminazione ben dentro la cultura politica dei comunisti, specie in Italia.

Sarebbe fin troppo semplice affidarci alla traslazione e ricollocazione della critica feroce, ma rigorosa, che Stalin muove alla «teoria» della spontaneità, in quanto “è la teoria dell’opportunismo, la teoria del culto della spontaneità del movimento operaio, la teoria della negazione di fatto della funzione dirigente dell’avanguardia della classe operaia, del partito della classe operaia”. Purtroppo l’abbandono delle trincee della battaglia teorica si è realizzato anche su altri fronti, lungo le direttrici classiche di tutti i revisionismi di destra e di sinistra: qui si vuole solo avviare un lavoro puntuale ed aggiornato sulle (false) teorie che si sono andate affermando, in Europa ma non solo.

Partendo dalla brillante critica della teoria del «codismo», che venne fatta nell’opuscolo di Lenin Che fare?” (cit.) Stalin sviluppa il concetto di equivalenza del deviazionismo basato sulla teoria delle forze produttive, che invocherebbe come condizione per la costruzione di processi rivoluzionari appunto lo sviluppo delle forze produttive, con ciò disarmando le masse ed eludendo il nodo fondamentale della costruzione del Partito, come reparto di avanguardia della classe. Impedendo cioè che “ il partito marci davanti alla classe operaia, che il partito elevi le masse sino a renderle coscienti, non vuole che il partito prenda la direzione del movimento ” (cit.). Il comparire di una tendenza e di una politica tradunionista, basati su una «linea della minore resistenza» e su una pratica sostanzialmente economicista, ha fortemente influenzato in negativo i processi rivoluzionari nei paesi dell’Europa continentale e Stalin indica nel signor Kautsky il maggiore ideologo di questo  “ «marxismo» falsificato, destinato a coprire le vergogne dell’opportunismo. “ (cit.).

Dialettiche e simmetriche a queste deviazioni, che fingono di agire sugli elementi strutturali del potere capitalistico, si pongono invece tutte quelle (false) teorie che tendono ad enfatizzare gli elementi sovrastrutturali di tale potere, portando a ridurre le battaglie rivoluzionarie a pure controversie appunto ideologiche, relegando il marxismo-leninismo, quando va bene, a pura strumentazione metodologica e negando nella sostanza l’oggettività della coscienza di classe, della classe operaia. Nelle forme contemporanee di revisionismo hanno e stanno avendo un ruolo pervasivo, soprattutto per le nuove generazioni, le tendenze sviluppate a partire dal secondo dopoguerra dai vari Marcuse, Foucault ed altri, fino agli Agamben, Hardt, Negri.

Tutte queste (false) ideologie, risalendo prevalentemente al pensiero di Hobbes e finendo ad approdi e rivalutazioni sfacciatamente di destra, quali quelli di Nietzsche ed Heidegger, hanno in comune fondamentalmente due caratteristiche: la totale negazione di qualunque analisi pertinente dei modi e delle forze produttive da una parte, dall’altra l’introduzione di categorie che, volendole catalogare benevolmente come filosofiche borghesi, mostrano un di più di fumosità, astrusità, artificiosità.

Concetti e definizioni quali biopolitica, operaio sociale, impero, moltitudini, altermondialismo, beni comuni, mancano di rigore prima che essere affidati ad un astratto mondo delle idee, idee che avrebbero però la pretesa di essere rivoluzionarie, o almeno anti-capitaliste. Non possiamo, però negare che ad oggi esse improntano, senza giungere però ad egemonizzarle del tutto, i movimenti ribellistici dell’occidente, influenzando talvolta, e sempre in modo estremamente negativo e perdente, i movimenti rivoluzionari e di liberazione nei nuovi continenti.

Non possiamo neppure negare che sulla base di tali ideologie borghesi si sono costruite vere e proprie entità politiche, ben strutturate, omogenee, talvolta cresciute rubando alle esperienze ed alle teorie organizzative di stampo marxista-leninista gli aspetti tecnici, le architetture e le modalità procedurali. Ciò che ne è risultato sono stati dei veri e propri mostri, improntati al leaderismo, ad un falso e plebiscitario basismo, fino ad assumere spregiudicatezza e cinismo anche sul piano ideologico e delle alleanze politiche e sociali. Ne è pure risultata una particolare permeabilità a teorie e movimenti apertamente di destra, talora della destra fascista, arrivando ad ipotizzare una sorta di populismo di sinistra o a cavalcare movimenti reazionari quali il sovranismo.

Risulta pure evidente quanto tali deviazionismi di destra o di sinistra si incrocino e si sovrappongano nelle scelte politiche fattuali e nelle stesse alleanze che ne scaturiscono. Non deve infatti sorprendere se gli epigoni del sindacalismo sociale di puro stampo soreliano (deviazionismo di sinistra) si trovino oggi a convergere con ipotesi e culture politiche neo-nazionaliste e populiste (deviazionismo di destra), ribattezzate oggi nel concetto sincretico di sovranismo.

Su tali derive, quindi, occorre concentrare il massimo dell’attenzione, dell’impegno e della vigilanza da parte dei comunisti, atteggiamenti e comportamenti che non possono non partire da un rinnovato piglio nello studio e nella battaglia teorica, sulle fondamenta solide della dottrina marxista-leninista. Altro che rifondazione del comunismo!

Dobbiamo infatti  riconoscere che, se tutto questo scempio si  è potuto realizzare, lo si deve anche alla nostra insipienza, alla nostra svogliatezza, alla fondamentale sottovalutazione delle implicazioni politiche che le sconfitte accumulate sul piano dottrinario hanno determinato, specie se sovrapposte e concomitanti con le sconfitte sui piani più generali.

La nostra autocritica deve essere profonda, analitica e foriera di risultati politici concreti e non basta nascondersi dietro il ruolo nefando che hanno avuto le direzioni politiche revisionistiche dei partiti comunisti, sia nel campo socialista che in Occidente.

Occorre dunque un lavoro teorico rigoroso e di lunga lena, da impostare da subito nelle classe e per la classe, un lavoro che trovi sempre nella pratica rivoluzionaria alimento e sprone e che individui costantemente le false ideologie. Non per adularle o, peggio, come è andato tanto di moda, per sussumerle.

Semplicemente, invece, per combatterle!

Franco Specchio