Immigrati ed esercito industriale di riserva. Breviario lessicale per sedicenti comunisti e piazzisti improvvisati

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Se è vero che basterebbe una veloce ricerca sul web per diminuire sensibilmente la quantità enorme di inesattezze teoriche che si evincono negli autoreferenziali proclami di molti sedicenti eredi dell’Ottobre, appare altrettanto chiaro che se si sceglie di procedere nell’ elaborazione della linea politica per facili sintesi a priori e conseguenti storpiature della teoria rivoluzionaria, ci si trova inevitabilmente davanti ad una scelta ben precisa che comporta una conseguente immediata decadenza della linea stessa che risulta, se tutto va bene, piegata alla fabbrica del consenso elettorale.

Accade così, per caso, ma non troppo, che sedicenti comunisti da una parte agitino la bandiera dell’ “immigrato lavoratore”, mentre dall’altra lo stesso immigrato venga indicato come parte dell’ “esercito industriale di riserva”, con ciò definito, in maniera tranciante e non articolata, con la modalità del pendolo che oscilla tra il carattere necessariamente stringato di un post e lo spazio estremamente risicato di un tweet, semplicisticamente  come  il  mezzo  attraverso  cui  i  padroni  sottraggono  i  diritti  sociali  ai  lavoratori  del nostro  Paese.

Come scrivevo all’ inizio di questa riflessione, quello che potrebbe sembrare un errore lessicale, una modalità errata figlia dei tempi, dettata cioè dalla necessità di semplificazione, nasconde invece la volontà di rendere fumosi alcuni concetti chiari, per poter poi attingere progressivamente, parlando alla pancia e non al cervello, ad un elettorato nettamente interclassista e per questo sempre più vicino alle rivendicazioni della destra sociale.


Fortunatamente per il proletariato, tuttavia, fortunatamente per la classe operaia, non abbiamo nulla da inventarci e così bastano poche, semplici parole per mettere ordine in questo caos voluto dal nemico, che altrimenti   continuerebbe  a  marciare  indisturbato  nelle  nostre  stesse  scarpe.

Nel I Libro del Capitale, in maniera semplice, univoca e senza troppi giri di parole, Marx ed Engels definiscono come esercito industriale di riserva le masse dei disoccupati, dunque il sottoproletariato in senso stretto, e lo fanno dopo aver analizzato nella teoria del valore le componenti del capitale (quella costante e quella variabile), assumendo come effetto dello squilibrio tra le stesse la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto. Tra le conseguenze dirette discende che più disoccupati ci sono, più aumenta la concorrenza  al  ribasso  tra i lavoratori, più vengono contrastate le rivendicazioni su  occupazione,  salario,  sicurezza,  agibilità  sindacale  da parte dei  lavoratori  stessi.

E adesso viene il difficile. Arrivati a questo punto del nostro ragionamento dobbiamo infatti essere molto seri e rigorosi, evitando da una parte di ricadere nelle posizioni oltremodo buoniste della finta sinistra, senza tuttavia dimenticare dall’altra il valore dell‘  internazionalismo  proletario  come elemento fondante del movimento comunista internazionale.

Se il quadro che abbiamo sopra descritto è vero, così come è vero che gli elementi della dialettica marxiana sono sempre e nel seguente ordine “prassi, teoria, prassi”, non è possibile non constatare che una lettura univoca e totalizzante della questione immigrazione in quanto parte del processo di costruzione dell’esercito industriale di riserva, risulterebbe colpevolmente errata, contribuendo ad alimentare i populismi  e  la  guerra  tra  poveri  che  si  sviluppa  tutti  i  giorni  davanti  ai  nostri  occhi.

Non tutti gli immigrati infatti sono disoccupati e da un’analisi reale della situazione reale si evince addirittura che in Italia esistono più di due milioni e mezzo di immigrati di prima generazione inquadrati nelle più disparate categorie di lavoro, attraverso le più diverse forme contrattuali, ragion per cui, ancor di più la definizione che costringe l’immigrato univocamente nel recinto dell’esercito industriale di riserva appare, colpevolmente, non  solo  parziale,  ma  totalmente  fuorviante.

Come dunque dovrebbero nuotare i comunisti, come pesci, in queste acque?

Sicuramente operando affinché le lotte di questi lavoratori, parte fondamentale delle più alte vette dello scontro di classe nel nostro Paese, vengano organizzate politicamente e sindacalmente.  Non quindi, rinunciando  a  tale  compito,  come invece  fa  chi  parla  esclusivamente  di  esercito  industriale  di  riserva e  si  attarda   sulle  scontate  responsabilità  dei  vari  imperialismi  e  dei  loro  reciproci  scontri, rispetto ai flussi migratori ed alle loro traiettorie.

 

Lo  si  fa  lavorando perché l’unità di classe tra lavoratori di origine italiana e lavoratori immigranti rafforzi i fronti di lotta  contro  l’imperialismo e  contro  gli  sfruttatori e cioè contro  il  capitale; ponendo al centro del proprio agire politico non elementi di salviniana memoria,  quali  il  blocco  dell’immigrazione  attraverso  il  sostegno,  come  sempre  tutto  virtuale  o  addirittura  foriero  di  politiche  neo-colonialiste, a  fantomatiche  lotte  alle  povertà  nei  paesi  di  origine,  bensì  il  contrasto alla  disoccupazione,  al lavoro  nero  e  al  razzismo  che, uniti allo  sfruttamento insito nel modo di produzione capitalistico, sono  parte  della  vita  quotidiana  di  ogni  immigrato.
Lo  si  fa  favorendo  l’impegno  degli immigrati nella direzione delle lotte e non come manovalanza sfruttata da un ceto politico autoreferenziale; abbattendo, attraverso il proprio quotidiano lavoro militante, tutti gli ostacoli all’ integrazione di questi compagni nei processi rivoluzionari, a partire dal fascismo strisciante  di  cui  ogni  giorno  sono  vittime  predestinate,  senza  forze  politiche  e  sindacali  che  li  difendano  e  che  insegnino  loro  a  difendersi.
Basta,  dunque,  continuare a  lisciare  il  pelo  al  peggio del cosiddetto  senso  comune,  forzato  dai  leghisti  e  da  forza  nuova,  che  racconta  storie  ciniche  anche  quando  sono  ambientate  nelle  borgate  un  tempo  teatro  delle  lotte  del  movimento  operaio  italiano,  che  non  tiene  conto  di  quanto  facciano  i  nostri  compagni  greci che,  più  poveri  e  sfruttati  di  noi,  invece  dettano  nel  manuale  operativo  del  loro  fronte  del  sindacalismo  di  classe,  il  PAME,  le  regole  proprie  dell’ internazionalismo  proletario.

Applicare  quel  manuale  anche  qui  in  Italia  sembrerebbe  abbastanza  semplice  e,  se  comunisti  si  è  e non  si racconta  di  esserlo,  forse lo è davvero.
Di  certo,  per  fare  tutto  questo,  non  si  dovrebbe  perder  tempo  nel  costruire  un  partito  così  come definito  dalla nostra  Costituzione repubblicana,  per  poi  giungere  sistematicamente  all’ utilizzo delle elezioni  borghesi,  con  il  loro  portato  di  opportunismi,  esaltazioni  di  vuoti  narcisismi,  quando  non  di  semplice  inseguimento  dell’elettorato  destroide  e  sovranista.
Ma   poi  bisognerebbe  davvero  stare  attenti,  perché  il  Partito  che  può  servire  dovrebbe  invece inverarsi  nell’ organizzazione  dell’avanguardia  cosciente  della  Classe Operaia.
Roba  per  milioni  di  proletari  di  tutto  il  mondo  uniti,  insomma,  non  di  certo  per  un  manipolo  di dirigenti complessivi (?)  dell’alta borghesia italiana,  figli  degli  aborti  della  rifondazione  comunista  e  giammai   dell’Ottobre, la  cui  bandiera ,  come  per  i  gloriosi  simboli  del  lavoro  e  della  lotta,  in occasione  del  suo  centenario,  si appresterebbero nuovamente  a  disonorare.
Noi,  per  quel  poco  che  è  oggi  nelle  nostre  capacità,  non  lo  permetteremo.
Alessandro Zingone