La Rivoluzione D’Ottobre e l’Organizzazione dei Comunisti Oggi

vladimir-lenin_-crowd_-communism-171818-pic4_zoom-1000x1000-48370.jpg_1422996966Organizzare i comunisti e organizzarsi da comunisti: per capire cosa oggi significhi ciò e come si debba lavorare per trasformare le parole in fatti abbiamo bisogno di rifare un passo indietro.

Occorre attingere alle fondamenta e alla storia del movimento comunista: dai fondatori del materialismo scientifico, Marx ed Engels, all’opera di Lenin e della Rivoluzione d’Ottobre, fino alla edificazione del socialismo e quindi a Stalin.

Cosa sono i comunisti – si chiedono Marx ed Engels ne Il Manifesto del Partito Comunista – per rispetto ai proletarii in generale? I comunisti non costituiscono un partito a sé, di fronte agli altri partiti operai. Essi non hanno interessi proprii, che sian distinti da quelli del proletariato, nel suo insieme. Non statuiscono dei principii a parte, su i quali vogliano poi modellare il movimento proletario. I comunisti si distinguono dagli altri partiti proletarii solo in questo, e cioè: che essi, in prima, date le differenti lotte nazionali dei proletari, mettono in rilievo e fanno valere quei comuni interessi del proletariato tutto intero, che sono appunto indipendenti dalle nazionalità; e che essi d’altra parte, nelle diverse fasi di sviluppo che la lotta fra il proletariato e la borghesia va percorrendo, rappresentano costantemente l’interesse del movimento complessivo. I comunisti sono dunque, in pratica, quella frazione di tutti i partiti operai di tutti i paesi, che è la più decisa, e che più spinge ad avanzare: ed essi poi s’avvantaggiano teoreticamente su la rimanente massa del proletariato per via dell’intendimento netto che hanno, così delle condizioni e dell’andamento, come dei risultati generali del movimento proletario. L’intento prossimo dei comunisti è quel medesimo, che è proprio a tutti gli altri partiti proletarii: formazione del proletariato in classe, rovina della signoria borghese, conquista del potere politico da parte del proletariato

In questo passaggio troviamo in nuce tutti gli elementi che hanno attraversato un secolo e mezzo di riflessioni, ma soprattutto di pratiche, sull’organizzazione dei comunisti, primi fra tutti:

  • il rapporto con il proletariato;
  • l’assenza di interessi distinti rispetto a quelli del proletariato;
  • la capacità di far valere gli interessi comuni del proletariato nel suo complesso rispetto agli interessi nazionali;
  • l’obiettivo della conquista del potere politico da parte del proletariato.

Con un inciso importante e nient’affatto trascurabile: nelle diverse fasi della lotta tra proletariato e borghesia, che potrebbero richiedere prassi e modelli organizzativi diversi, la costante prevalenza dell’interesse del movimento operaio.

In questo senso, se non può esistere un modello organizzativo unico, e di fatto non è esistito nella pratica rivoluzionaria un modello unico, al tempo stesso rimane fermo che i comunisti si organizzano per raggiungere gli obiettivi del movimento proletario nel suo complesso, che in ultima istanza consistono nella conquista del potere politico.

Questo criterio di costruzione, seppure ampio e ancora generico, tuttavia costituisce un valido elemento di valutazione e giudizio rispetto alle potenziali deviazioni e degenerazioni riformiste: il Partito Comunista d’Italia nasce dalla scissione di Livorno del 1921 sulla base dei 21 punti della Terza Internazionale, in particolare sulla parola d’ordine della costruzione di cellule comuniste all’interno dei consigli operai, dei comitati di fabbrica, dei sindacati e delle altre organizzazioni di lavoratori, con l’obiettivo della rivoluzione proletaria.

Rispetto al Partito Socialista Italiano di Turati ed ai suoi obbiettivi minimalisti, un partito il cui fulcro organizzativo era costituito neppure tanto dalle sezioni territoriali quanto soprattutto dalle attività parlamentari, le differenze sono abissali: da un lato, cellule di fabbrica, lotta di classe al di fuori delle istituzioni borghesi, rivoluzione proletaria; dall’altro, sezioni territoriali interclassiste, parlamentarismo, riformismo all’interno del sistema capitalistico.

Dopo il 1926 il Partito Comunista d’Italia modificherà le proprie modalità organizzative per sopravvivere e quindi agire nella clandestinità, così come le avanguardie comuniste che guideranno le rivoluzioni socialiste del XX secolo adotteranno modelli organizzativi specifici, senza però perdere mai né il carattere di classe né l’obbiettivo della conquista del potere e della rivoluzione proletaria. All’inizio del 1943 solo 100/200 operai dei 21.000 della FIAT avevano la tessera segreta del P.C.d.I., ancora meno erano i comunisti nelle altre fabbriche del triangolo industriale, ma sarà proprio da questo manipolo di operai comunisti organizzati che partiranno i grandi scioperi del marzo ’43.

La riflessione di Gramsci sui consigli di fabbrica è fondamentale su questo punto: “Il Consiglio operaio di fabbrica” – scrive Antonio Gramsci ne L’Ordine Nuovo, 5 giugno 1920 – “è la prima cellula di un processo storico che deve culminare nell’Internazionale comunista, non più come organizzazione politica del proletariato rivoluzionario, ma come riorganizzazione dell’economia mondiale e come riorganizzazione di tutta la convivenza umana, nazionale e mondiale. Ogni azione attuale rivoluzionaria ha valore, è reale storicamente, in quanto aderisce a questo processo, in quanto è concepita ed è un atto di liberazione di questo processo dalle soprastrutture borghesi che lo costringono e lo inceppano”. Quindi, il partito non deve porsi come tutore o come sovrastruttura già costituita, bensì come agente consapevole. Il partito deve proporsi – continua Gramsci – “di organizzare le condizioni esterne generali (politiche) in cui il processo [della] rivoluzione abbia la sua massima celerità, in cui le forze produttive liberate trovino la massima espansione.” Qui abbiamo il Gramsci che, come Lenin, sgombera le riflessioni marxiane sul partito dalla melma riformista accumulatasi negli ultimi decenni del XIX secolo.

Alla luce di ciò ancora più deteriore risulta l’azione di Palmiro Togliatti ed il progetto di costruzione del Partito Nuovo da lui elaborato e quindi lanciato, sostanzialmente improntato alla realizzazione della cosiddetta via italiana al socialismo.

Il XX Congresso del PCUS, oltre al tristemente famoso Rapporto riservato di Kruscev, vede Togliatti dichiarare “naturalmente noi comprendiamo benissimo che la via che voi (sovietici) avete seguito per giungere al potere e costruire una società socialista non è in tutti i suoi aspetti obbligatoria per gli altri paesi, ma che questa via potrà e dovrà avere, in ogni paese, le sue particolarità”.

Con orgoglio, preciserà, al Comitato Centrale del PCI convocato per discutere degli esiti del XX Congresso, che il PCI non aveva certo aspettato il XX Congresso per proclamare la via italiana al socialismo, o, meglio, il “policentrismo”, che in tutta la sua attività politica si era preoccupato della traduzione in italiano degli insegnamenti della rivoluzione russa, facendo rilevare che, se la Costituzione Italiana conteneva “germi” del socialismo, era perché il PCI aveva rinunciato a percorrere la via della Grecia. È in particolare nella strategia delle alleanze, essenzialmente adottata da Togliatti e Luigi Longo, poi attuata da quest’ultimo, per essere infine portata alle estreme conseguenze da Enrico Berlinguer, che la peculiarità italiana si manifesta pienamente.

In un articolo di proprio di Longo del 1957 pubblicato su Rinascita, si distinguono tre forme fondamentali di proprietà privata, in Italia e solo in Italia: proprietà piccolo-borghese, ovvero il produttore che possiede i mezzi di produzione ma non sfrutta nessuno; appropriazione capitalistica, dove c’è sfruttamento, ma una parte del prodotto finale è sottratta in vari modi dai monopoli; produzione monopolistica, che attua l’appropriazione non solo dei prodotti del lavoro sfruttato ma anche dei frutti del capitale altrui.

A queste tre forme di proprietà sarebbe corrisposta, ancora in Italia, la seguente divisioni in classi: proletariato rurale e industriale, piccola borghesia, a sua volta divisa in ceti produttivi e ceti intellettuali; borghesia capitalistica (industriali, commercianti medi, coltivatori benestanti); infine, borghesia monopolistica e grandi proprietari terrieri. Secondo Longo, seppure la borghesia capitalistica fosse spesso influenzata dai monopoli, dovendo comunque temere le classi lavoratrici, tra borghesia capitalistica e borghesia monopolistica esisteva un profondo contrasto sia politico che economico, un contrasto che i comunisti avrebbero dovuto sapere sfruttare attraverso un sistema di alleanze che, sempre secondo l’analisi di Longo, avrebbe compreso il proletariato, la piccola borghesia e la borghesia capitalistica.

Sul solco tracciato dall’VIII Congresso del PCI del 1956, (“La ricerca di una via italiana al socialismo necessariamente dovrà comprendere una alleanza politica con quelle forze cattoliche che, partendo dal generico spirito anticapitalistico, siano giunte alla decisione di fare il necessario perché le strutture capitalistiche italiane subiscano le indispensabili profonde trasformazioni”), le tesi del IX Congresso nel 1960 dichiararono: “La parola d’ordine di un’intesa con il mondo cattolico non è per il PCI una variante della tradizionale tattica comunista del fronte unico dal basso, che fu applicata fra le due guerre verso la base della socialdemocrazia. Essa è peculiare del nostro paese, e si basa sull’analisi delle forze motrici della rivoluzione italiana iniziata da Gramsci, cioè sul riconoscimento che la Chiesa cattolica e il movimento cattolico orientano in Italia non solo nuclei di classe operai, ma soprattutto una larga parte del mondo contadino e di quei ceti medi che oggi possono e debbono partecipare come tali alla costruzione di una società nuova. Per cui, essendo la vittoria del socialismo in Italia legata alla formazione di un blocco assai più ampio e articolato della alleanza operai-contadini poveri, l’azione per un’intesa col mondo cattolico va concepita come un aspetto della via italiana al socialismo, come una lunga prospettiva di lotte unitarie e di alleanze non solo con le masse popolari cattoliche, ma anche con le loro organizzazioni”.

Qui siamo già ben oltre, anzi in aperta contraddizione con l’analisi gramsciana rispetto alla forma “specifica” che l’alleanza operai – contadini poteva assumere in Italia, specificità che si sarebbero mosse lungo una dimensione socio-economica caratterizzata da un elemento geografico (la questione meridionale) e da un’articolazione ideologica (la questione vaticana), ma in nessun caso mettendo in discussione la contraddizione fondamentale capitale-lavoro.

Sono state quelle analisi a costituire le fondamenta sulle quali si costruirà il Partito Nuovo, attraverso la graduale emarginazione dei quadri operai e contadini, degli stessi partigiani e la progressiva sostituzione dell’organizzazione per cellule di fabbrica, affermata da Gramsci in contrapposizione a Bordiga e che tanta parte positiva aveva avuto nella guerra partigiana, in quella interclassista per sezioni territoriali.

Nel 1956, come esito del XX Congresso del PCUS e dell’VIII Congresso del PCI, ciascuno degli elementi costituenti l’organizzazione comunista (il rapporto con il proletariato, l’assenza di interessi distinti rispetto a quelli del proletariato, la capacità di far valere gli interessi comuni del proletariato nel suo complesso rispetto agli interessi nazionali, l’obbiettivo della conquista del potere politico da parte del proletariato) è già stato talmente distorto, deformato, snaturato da finire sullo sfondo, a fare da contorno rispetto all’elemento che diveniva variabile dell’organizzazione: la fase della lotta tra capitale e proletariato. C’è da chiedersi se, più che parlare di mutazione genetica improponibile in termini scientifici, per spiegare il collasso del PCI nel 1989 non sia invece corretto parlare di un gigante dai piedi d’argilla, un partito dalle fondamenta di classe talmente deboli da dissolversi e disperdere il proprio patrimonio in pochissimo tempo.

Facciamo adesso però un passo indietro e torniamo a Lenin e alla costruzione del Partito che ha fatto la Rivoluzione: la teoria leninista sul partito rappresenta l’unione dei principi teorici, politici ed organizzativi che costituiscono le leggi del suo sviluppo quale partito di azione rivoluzionaria, quale forza dirigente dell’edificazione del socialismo e del comunismo.

La teoria marxista-leninista quale ideologia rivoluzionaria della classe operaia è sorta e si sviluppa in una lotta aspra e irriducibile contro l’ideologia borghese. Caratterizzando le tre forme principali di lotta del proletariato per la propria emancipazione – economica, politica e dottrinaria – Lenin sottolineò che la lotta teorica contro la borghesia è quella più lunga e complessa. In questa lotta il proletariato può vincere solo a condizione di mantenere una fedeltà incrollabile alla teoria marxista – leninista, denunciando instancabilmente anche le minime manifestazioni di ideologia borghese nel movimento operaio.

Nel “Che Fare”, Lenin dice chiaramente: “la questione si può porre solamente così: o ideologia borghese o ideologia socialista. Non c’è via di mezzo…ecco perché ogni menomazione dell’ideologia socialista, ogni allontanamento da essa implica necessariamente un rafforzamento dell’ideologia borghese”.

Ma la sola unità ideologica non basta al partito. Lenin elaborò sotto tutti gli aspetti i principi organizzativi del partito, le norme di vita di partito ed i principi della direzione del partito. Il partito non sarà in grado di adempiere al suo ruolo d’avanguardia se non sarà un reparto altamente organizzato della classe operaia. Per svolgere con successo la sua missione storico-mondiale, affermava Lenin, il partito deve consolidare la sua unità ideologica con l’unità organizzativa: “Il partito – scrive Lenin – deve saper creare legami organizzativi che assicurino un certo grado di coscienza e lo elevino sistematicamente”.

La forza del partito marxista – leninista risiede non solo nella sua unità ideologica, ma anche nell’unità dell’azione pratica di tutti i suoi membri, che si raggiunge con un elevato grado di organizzazione. Il proletariato, insegna Lenin, non è omogeneo per la sua composizione: in esso vi sono strati più coscienti e meno coscienti. Per questo, essendo l’avanguardia della classe operaia, il partito può accogliere nel proprio seno solo i suoi elementi più coscienti: “Sarebbe manilovismo e codismo pensare che col capitalismo quasi tutta la classe o tutta la classe sia capace di elevarsi alla coscienza e all’attività del proprio reparto d’avanguardia”.

Il partito è un’incarnazione del legame della parte d’avanguardia della classe operaia con milioni di lavoratori: il legame indissolubile del partito e del popolo è una delle fonti della forza del partito.

Successivamente scriverà Stalin ne “I principi di leninismo”: “Il partito non può essere solo un reparto d’avanguardia. Esso deve essere, in pari tempo, un reparto, una parte della classe operaia, parte intimamente legata ad essa con tutte le fibre della sua esistenza. La distinzione fra l’avanguardia e la restante massa della classe operaia, fra i membri del partito e i senza partito, non può scomparire fino a che non saranno scomparse le classi, fino a che il proletariato si accrescerà di elementi provenienti da altre classi, fino a che la classe operaia nel suo insieme sarà privata della possibilità di elevarsi al livello del reparto d’avanguardia. Ma il partito cesserebbe di essere il partito se questa distinzione si trasformasse in rottura, se esso si racchiudesse in sé stesso e si distaccasse dalle masse senza partito”.

In tutta la sua attività il partito segue inflessibilmente le norme leniniste della vita di partito, tra cui le più importanti sono: la rigorosa osservanza da parte di tutti i membri, senza eccezione alcuna, dello Statuto e della disciplina di partito; una realizzazione conseguente dei principi del centralismo democratico e della democrazia interna di partito; una rigorosa osservanza del principio di direzione collegiale in qualunque condizione.

Quindi Lenin, per la prima volta nella storia del marxismo, sviluppando e arricchendo le idee fondamentali sul partito proletario avanzate da Marx ed Engels, diede vita ad una dottrina organizzata e compiuta del Partito Comunista, partito di tipo originale, che viene caratterizzato come partito della rivoluzione e della dittatura del proletariato.

Negli anni ’90 dell’800 il marxismo era diventato una corrente del pensiero sociale e una parte integrante del movimento operaio in Russia. Il primo passo sulla via della creazione del partito proletario è costituito dall’Unione di lotta per l’emancipazione della classe operaia di Pietroburgo, fondata da Lenin nel 1895.

Per la prima volta in Russia si cominciò a passare dalla propaganda delle idee marxiste all’interno di ristretti circoli dell’avanguardia operaia ad una vasta opera di agitazione tra le vaste masse proletarie, collegando la lotta economica degli operai alla lotta politica contro lo zarismo. Nacquero organizzazioni operaie anche in altre città e regioni della Russia, tanto da richiedere l’elaborazione di un programma comune e di una tattica di lotta rivoluzionaria e la riunione di tutte le organizzazioni socialdemocratiche in un solo partito attraverso la convocazione di un congresso.

Lenin, però, venne arrestato e deportato in Siberia. Ciononostante, Lenin scrisse Il Progetto di programma del futuro partito, la Spiegazione del programma e i compiti dei socialdemocratici, nella quale raccolse l’esperienza dell’Unione di lotta come embrione del partito marxista e delineò il programma politico e la tattica dei socialdemocratici russi.

Nel marzo 1898 si tenne il I congresso del partito nel quale le organizzazioni socialdemocratiche locali si fusero in un unico Partito Operaio Socialdemocratico Russo (POSDR). E nel 1900 a Lipsia uscì il primo numero di Iskra.

L’impostazione programmatica del giornale, elaborata da Lenin, prevedeva innanzitutto una netta separazione dai revisionisti russi e occidentali: “Prima di unirci e per unirci – afferma Lenin – dobbiamo innanzitutto delimitarci risolutamente e con precisione. Altrimenti la nostra unione sarebbe soltanto una finzione, che maschererebbe la confusione di fatto ed ostacolerebbe la sua radicale eliminazione”. L’Iskra preparò dunque il terreno per la creazione del partito sul piano teorico ed organizzativo, conciliando intelligentemente la propaganda con il lavoro più strettamente teorico: “In tre anni (1901 – 1903) – continua Lenin – sono state poste le fondamenta del partito di massa del proletariato rivoluzionario”.

Esattamente come, quasi 40 anni dopo, la rivista “Il Comunista”, organo del Partito Comunista Cinese, con il compito, come avrebbe scritto Mao Tse Tung nella presentazione del giornale (4 ottobre 1939), “di contribuire alla creazione di un Partito Comunista veramente bolscevico, di portata nazionale e con carattere di massa, ideologicamente, politicamente e organizzativamente consolidato.”

Alla fine del 1903, prima a Bruxelles e poi a Londra, si svolse il II congresso del POSDR, un congresso contrassegnato da aspre lotte tra i coerenti rivoluzionari iskristi, sostenitori di Lenin, ed i loro avversari, tra i fautori di un forte partito proletario rivoluzionario di tipo inedito, e chi invece voleva mantenersi nei ranghi dei partiti riformisti occidentali.

Il congresso riuscì a respingere tutti i tentativi di alcuni membri di inserire nel programma modifiche permeate dallo spirito riformista occidentale: per la prima volta nella storia del movimento operaio, dopo la morte di Marx ed Engels, veniva adottato un programma chiaramente rivoluzionario del partito proletario, sancendo in modo chiaro il carattere proletario del partito e la sua funzione d’avanguardia nel movimento operaio.

Venne allora formulata il concetto dell’egemonia della classe operaia nel movimento rivoluzionario ed avanzata, caso unico fra i programmi dei partiti socialdemocratici dell’occidente, l’esigenza della dittatura del proletariato. Nel programma del II Congresso si realizzò la fusione in una sola corrente rivoluzionaria dei quattro movimenti che si stavano conformando in Russia: quello proletario, quello contadino, quello di liberazione nazionale e quello democratico generale.

Il II Congresso approvò anche lo statuto del POSDR, il cui progetto fu steso da Lenin: anche in quella occasione gli elementi opportunisti sollevarono obiezioni, in particolare relativamente all’articolo 1 riguardante le modalità di appartenenza al partito. Mentre Lenin lottava per un partito monolitico, compatto, organizzato e disciplinato, esigendo una partecipazione personale di ogni membro del partito, una disciplina rigorosa quale requisito indispensabile di coesione organizzativa e della forza del partito, i menscevichi invece, presenti comunque in maniera consistente, vedevano il partito come un’organizzazione eterogenea in materia di composizione sociale e instabile sul piano ideologico, alla stregua insomma della II Internazionale, che richiedeva ai propri membri soltanto il riconoscimento del programma e un sostegno materiale attraverso il versamento della quota- tessera.

Complessivamente il II Congresso approvò il progetto di Lenin, tranne che proprio per l’articolo 1, che venne invece approvato nella formula menscevica.

Sarà poi il III Congresso nel 1905 a modificare definitivamente in senso leninista proprio quell’articolo 1, chiudendo il cerchio, almeno da un punto di vista formale. Infatti, le elezioni degli organi centrali del Partito dimostrarono che, almeno per il momento, si erano venuti a formare due fazioni: quella maggioritaria (bolscinstvo), rivoluzionaria, capeggiata da Lenin, e quella minoritaria (menscinstvo), di carattere riformista.

Di fatto il risultato del II congresso del POSDR, risultato in seguito consolidato dagli esiti del III Congresso, consistette nella creazione del partito rivoluzionario marxista in Russia, partito di tipo nuovo, vale a dire il partito bolscevico.

In ogni caso il II Congresso del POSDR rappresentò un punto di svolta, non solo per il movimento operaio russo, ma anche per quello internazionale: seguendo l’esempio dei bolscevichi, un’ala rivoluzionaria iniziò a formarsi all’interno di quasi tutti i partiti socialdemocratici occidentali.

Il partito bolscevico guidò la lotta del proletariato russo nelle tre Rivoluzioni e appena pochi anni dopo la sua creazione lo portò alla vittoria della Rivoluzione socialista.

La fedeltà alla teoria e alla pratica del marxismo – leninismo ha fatto del partito bolscevico la possente forza guida della Rivoluzione d’Ottobre, avanguardia degli edificatori del socialismo e del comunismo, nella Russa sovietica ed in tutto il mondo.

Relazione introduttiva al dibattito: “100° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre – 100 anni fa il nostro futuro!”

Viareggio – 29 settembre 2017