Ottobre 1917: un ponte verso il futuro!

2017-09-16“Cento anni fa il nostro futuro”. Come ci viene in mente, a noi comunisti, di pensare che il futuro della lotta politica e le prospettive di cambiamento della società possano passare per una rivoluzione avvenuta un secolo fa?

La risposta più efficace a questo interrogativo la fornisce la società capitalista in cui viviamo.

Dopo l’89, il crollo del muro di Berlino, ci avevano raccontato la favola del trionfo del capitalismo, di una società di benessere e di diritti per tutti.

La realtà dei fatti ha smentito clamorosamente questa tesi. Le contraddizioni economiche e politiche del capitalismo internazionale non solo non si sono risolte ma si sono drammaticamente aggravate. Il mondo capitalista è rimasto prigioniero di un’enorme sovrapproduzione di merci che non trovano sbocco.

Ne è conseguita la paralisi dell’economia mondiale che ha messo in evidenza il fallimento di tutte le illusioni keynesiane che hanno caratterizzato l’immaginario della cosiddetta “sinistra radicale”. Pensate, ancor oggi c’è chi ci parla di “crisi del liberismo” e richiesta di intervento dello Stato nell’economia, quando proprio in questi anni abbiamo assistito al più grande intervento statale nell’economia di tutta la storia del capitalismo, con un volume di risorse pubbliche girate dagli Stati al capitale che è il doppio di quanto speso durante tutta la seconda guerra mondiale. Tutto questo ha significato socializzazione delle perdite, privatizzazione dei profitti. E’ stato questo keynesismo reale, così diverso da quello immaginario, ad essere miseramente fallito. Non solo non ha rilanciato la produzione ma ha finanziato una gigantesca bolla finanziaria, che grava come mina vagante sull’economia mondiale, e che è sospinta dal quadro irrisolto di sovrapproduzione internazionale. Questo quadro ha fatto da sfondo all’attuale disastro sociale che sta ha prodotto l’immiserimento della stragrande maggioranza della popolazione, la distruzione delle speranza di un futuro per i giovani, ha favorito la diffusione del veleno del nazionalismo e del razzismo nel tentativo di occultare la reale natura dei problemi sociali.

L’ideologia e la propaganda del sistema dominante cercano di deviare l’attenzione su questioni marginali (la legalità) o secondarie (i diritti civili), i partiti del sistema, fingono di contrapporsi mentre sono solidamente legati dai medesimi interessi di classe, tutti al servizio degli interessi economicamente dominanti.

Nessuno, tranne i comunisti, spiega che l’attuale declino sociale va ricondotto ad un sistema sociale fondato sul profitto di pochi, sulla divisione della società in classi, sulla scissione sempre più netta tra possessores, tra proprietari dei mezzi di produzione, da un lato e non possessores, dall’altro, cioè tutti coloro che non possono fare altro che cercare di vendere al miglior offerente la propria forza-lavoro.

Finita la stagione della propaganda delle virtù del capitalismo, oggi la classe dominante non trova via d’uscita, ma è, comunque, accomunata dalla feroce aggressione alla classe dominata.

Il precipitare della crisi si accompagna, infatti, alla distruzione di tutte le riforme sociali di cui i lavoratori avevano beneficiato nei decenni precedenti, concessi sotto la spinta dell’esperienza sovietica che incuteva timore nella classe dominante che anche nei paesi dell’Occidente capitalistico si potesse “fare come in Russia”. Venuta meno l’esperienza rivoluzionaria sovietica e concluso il ciclo di ricostruzione post-bellico, il sistema capitalistico ha rivelato il suo vero volto affamatore e criminale. Ed ha reso evidente che oggi battersi per le riforme significa vivere di fantasia, propagandare illusioni e quindi aprire ancora una volta il terreno a sconfitte sempre più devastanti.

Il capitalismo non rappresenta più il progresso ma il regresso sociale e questo è stato sancito dalle politiche di macelleria sociale perpetrate, in primo luogo, dalle forze socialdemocratiche un po’ in tutta Europa ed anche in Italia tutte le più gravi controriforme sociali sono state attuate grazie all’intervento determinante di forze che si dicevano progressiste o, addirittura, “comuniste”.

Noi comunisti rivendichiamo l’Ottobre rosso, la sua carica di liberazione dallo sfruttame
nto, il messaggio che ci trasmette per cui la liberazione sociale è possibile, per cui si può sconfiggere il dominio della classe capitalistica e mettere al centro delle decisioni, politiche ed economiche, i lavoratori.

Ecco perché in tutta Italia stiamo organizzando iniziative che rivendicano l’Ottobre rosso, la sua attualità storica e programmatica.

L’Ottobre segna lo spartiacque che fa giustizia di tutta la propaganda revisionista e riformista che proclamava l’impossibilità della rivoluzione pur rivendicando a parole, ma smentendo nei fatti, l’obiettivo del socialismo.

Riflettiamo un attimo su quanto avvenne nel 1917. Un partito piccolo, che aveva qualche centinaio di quadri rivoluzionari che operavano in condizioni difficilissime, in un territorio sterminato, realizzò qualcosa che sembrava impossibile. Ma non lo realizzò partendo dal nulla ma traendo i giusti insegnamenti da settant’anni di storia del movimento socialista, una storia che è iniziata con il Manifesto del partito comunista ed è arrivata fino a quella fondamentale rottura rivoluzionaria avvenuta in Russia.

Eppure tutto pareva andare in direzione opposta. La Comune di Parigi era stata sconfitta in pochi giorni, il sistema capitalista si era sviluppato in un quadro sostanzialmente pacifico per alcuni decenni, le condizioni dei lavoratori tendevano a migliorare rispetto alla prima metà dell’Ottocento, la socialdemocrazia si muoveva lungo un piano di riforme sociali e, pur richiamandosi formalmente al socialismo, accettava in sistema dominante come l’unico possibile, come il confine ultimo della storia.

Il quadrò mutò rapidamente a causa del carattere predatorio del capitalismo, spinto a contendersi le colonie con un conflitto mondiale che provocò milioni di morti. La II internazionale mostrò la sua inconsistenza e inaffidabilità, dal punto di vista dei lavoratori, schierandosi dalla parte dei governi imperialisti e favorendo una guerra che vedeva massacrare nelle trincee proletari accomunati dall’appartenenza alla medesima classe ma costretti a spararsi contro per servire gli interessi imperialistici dei loro governi.

Il partito bolscevico, si rivelò capace di opporsi alla resa incondizionata della II internazionale ed a porre la questione dell’unificazione internazionale degli interessi degli sfruttati, mettendo all’ordine del giorno, in Russia, la questione del potere politico, della necessità di fare affacciare alla ribalta della storia la classe oppressa perché potesse esercitare il ruolo che le competeva: la direzione della politica e dell’economia.

Il successo della rivoluzione fu dovuto alla direzione di Lenin, di Stalin e del partito bolscevico che furono capaci di unire la rivolta della classe operaia, quella dei contadini, l’insofferenza delle nazionalità oppresse, in un unico movimento rivoluzionario contro lo Stato zarista e la classe dei capitalisti e dei proprietari terrieri relativamente deboli – in confronto a quelli degli altri stati capitalisti – e profondamente scossi dalla guerra e dalle disfatte militari; e tutto ciò mentre la continuazione del conflitto imperialista dava tempo sufficiente per il consolidamento della vittoria.

Il partito bolscevico non era una chiesa, dove il sacerdote decide per tutti, ma un laboratorio rivoluzionario, fatto di uomini in carne ed ossa che contribuirono a scrivere una pagina fondamentale nella storia dell’umanità.

Su quegli uomini gravava un’enorme responsabilità. Prendere una decisione sbagliata non significava semplicemente fare un errore ma condizionare in modo determinante un processo che poteva portare ad una vittoria o ad una sconfitta che poteva essere irreversibile. Non tutti la pensavano come Lenin e Stalin. Alcuni ritenevano impossibile l’affermazione del socialismo in Russia ed aspettavano che cominciasse l’Europa. Stalin disse: «Comincia» quel paese che ha me maggiori possibilità di cominciare”.

La dirigenza bolscevica aveva davanti a sé un compito immane: iniziare a costruire la società socialista, a organizzare un’economia sulla base della proprietà collettiva dei mezzi di produzione, senza avere modelli di riferimento di sorta, a parte la brevissima esperienza della Comune di Parigi.

Il rovesciamento del potere dei capitalisti rappresentava solo l’inizio del processo di costruzione del socialismo. “Rovesciando i grandi proprietari terrieri e la borghesia – scriveva Lenin – noi abbiamo ripulito la strada, ma non abbiamo ancora costruito il socialismo”.

Eppure bastò quest’inizio per terrorizzare, su scala mondiale, i capitalisti che volevano stroncare sul nasce quel’esperienza rivoluzionaria perché vedevano in essa l’inizio della loro fine.

Neanche dopo la sconfitta delle armate controrivoluzionaria mancavano le difficoltà. Con la sua straordinaria capacità di cogliere i tratti essenziali di una situazione, Lenin individuò la soluzione per uscire da quelle difficoltà. Per riacquistare l’appoggio della popolazione rurale, dopo gli anni del cosiddetto “comunismo di guerra” su cui mi soffermo diffusamente nel mio lavoro, e per riattivare lo scambio fra prodotti della città e della campagna era necessario abolire il sistema delle requisizioni e sostituirlo inizialmente con un’imposta in natura, stabilendola ad un tasso inferiore a quello dei prelevamenti delle eccedenze alimentari.

Questo provvedimento implicò necessariamente la restituzione ai contadini del diritto di commerciare liberamente tutto quanto rimaneva loro dopo il pagamento dell’imposta allo Stato. Ciò implicò, a sua volta, la rinascita di un mercato dei prodotti agricoli, la restaurazione di rapporti di mercato come anello essenziale tra l’agricoltura e l’industria e il ripristino della circolazione monetaria.

Nelle città si aprirono negozi di privati che acquistavano i prodotti delle campagne per poi rivenderli e si affiancarono alla rete delle organizzazioni commerciali statali.

Lenin spiegò chiaramente che, nel quadro della dittatura del proletariato, il commercio privato e, di conseguenza, il capitalismo, ammesso entro certi limiti, dovevano trovarsi sotto il controllo e l’azione regolatrice dello Stato proletario. Lo Stato, spiegava Lenin, aveva il compito di “diventare un «amministratore» prudente, zelante, abile, un puntuale mercante all’ingrosso, altrimenti esso non può tenere in piedi economicamente un paese di piccoli contadini”.

Il commercio, come affermava Lenin, era, nel 1921-22, l’«anello» di cui bisognava servirsi per tirare a sé la «catena», cioè far avanzare l’edificazione socialista. “I comunisti – diceva Lenin – devono imparare a commerciare”.

Negli ambienti borghesi stranieri, come anche tra i seguaci di Trotsky, l’adozione della NEP venne vista come il riconoscimento di un fallimento, un abbandono di posizioni precedentemente acquisite, qualcosa, cioè, che alla fine doveva portare alla restaurazione del capitalismo.

Si trattava di considerazioni completamente infondate: la classe operaia deteneva il potere politico e lo Stato sovietico aveva sotto il proprio controllo tutto il complesso della grande e media industria i trasporti, il commercio estero.

Certo, l’agricoltura rimaneva ancora individualista. Però con una distinzione fondamentale. A differenza dei kulak, che producevano con l’aiuto del lavoro salariato, l’agricoltura contadina era caratterizzata, per lo più, da una produzione su piccola scala condotta da singoli lavoratori proprietari che coltivavano la terra più per il proprio sostentamento che per il mercato. Tale produzione non poteva essere considerata come capitalista; gli elementi di vero capitalismo in quel quadro erano davvero insignificanti. Tuttavia la piccola produzione, sia nel campo dell’agricoltura come in quello dell’artigianato, formava il sostrato dal quale avrebbe potuto partire e svilupparsi una rinascita del capitalismo.

La funzione dirigente della classe operaia, nel quadro dell’alleanza tra operai e contadini, e l’esercizio del potere politico da essa detenuto costituivano una garanzia che una recrudescenza del capitalismo non sarebbe stata possibile perchè i kulak, i nepman e gli altri elementi del capitalismo in embrione, non sarebbero stati lasciati liberi di rafforzarsi a loro piacimento.

Per edificare le fondamenta dell’economia socialista era necessario creare un’industria progredita, che doveva dare una base allo sviluppo del socialismo. Ma bisognava cominciare dall’agricoltura: “E’ impossibile sviluppare l’industria sul vuoto – scriveva Stalin – è impossibile sviluppare l’industria se il paese manca di materie prime, di viveri per gli operai, se non esiste un’agricoltura un po’ più sviluppata, che costituisca il mercato principale della nostra industria”.

La morte di Lenin lasciava aperti, alla direzione del partito, degli interrogativi cruciali che richiedevano una soluzione. Il ricorso alla Nep, che Lenin stesso aveva definito un “sistema transitorio”, era destinato ad essere superato. Ma come? E con quali modalità temporali?

Era condizione pregiudiziale per il passaggio da questo sistema transitorio di economia al tipo socialista l’estensione della rivoluzione gli altri, e più progrediti, paesi dell’Europa occidentale o era possibile, come sostenuto da Lenin, “il trionfo del socialismo […] anche in un paese capitalistico, preso separatamente”?

Trotsky, ad esempio, “negava la possibilità che il socialismo potesse affermarsi in un solo paese e dichiarava che «la contraddizione insita nella posizione di un governo operaio che operava in un paese arretrato, la cui popolazione era per la maggior parte composta da contadini, poteva essere superata su scala internazionale nell’arena di una rivoluzione proletaria mondiale» e che «il vero sviluppo dell’economia socialista in Russia può aver luogo soltanto dopo la vittoria del proletariato nei principali paesi dell’Europa». Partendo da questa premessa, – osservava acutamente Dobb – ne seguiva inevitabilmente che l’opportunismo avrebbe dovuto prendere il posto di una qualunque politica economica coerente: il problema era cioè ridotto a saper trovare gli espedienti che la situazione offriva, alternando le sortite disperate alle ritirate, fino a che non fosse giunto il momento in cui l’espandersi della rivoluzione mondiale avrebbe portato a un sufficiente rafforzamento della propria parte”.

Per la maggioranza del partito bolscevico, invece, si trattava di avanzare o soccombere.

Le preoccupazioni di Stalin e della maggioranza del gruppo dirigente bolscevico erano quelle di assicurare l’industrializzazione, costruire ferrovie, ponti, assicurare il raccolto, garantire l’uscita dalla miseria della popolazione, assicurare la riuscita dei piani quinquennali e fare in fretta perché si manifestavano all’orizzonte i pericoli di una nuova guerra imperialista. E quindi a Stalin premeva portare l’U.R.S.S. ad un livello tale da poter affrontare una probabile aggressione.

Ma l’opposizione, ormai organizzata in frazione, proseguì nello scontro con sempre maggiore asprezza nel corso della XIV Conferenza e del XIV Congresso del partito.

Fu proprio il Congresso del partito ad approvare, a schiacciante maggioranza, la linea proposta da Stalin ed in particolare il suo programma di industrializzazione che poneva particolare attenzione allo sviluppo dell’industria pesante “in modo che l’Unione Sovietica – così era scritto nella risoluzione finale – nel mezzo dell’accerchiamento capitalistico, non debba diventare un’appendice economica mondiale capitalistica, ma un’unità economica indipendente che costruisce socialismo”.

Al tempo stesso si poneva l’esigenza di un maggiore coinvolgimento dei contadini nella costruzione della nuova società per combattere i kulak e isolarli entrando in alleanza con i contadini medi.

Quando nel 1928 Stalin sostenne la necessità di accelerare l’offensiva contro i kulak e il ritmo dell’industrializzazione fece una scelta che era esatta e in linea con gli sviluppi dell’economia sovietica.

Accenno adesso, a grandi linee, ad altre questioni sviluppate nel mio lavoro. Ne accenno una di particolare importanza, quella della legge del valore nella società socialista, argomento utilizzato ampiamente dai denigratori della costruzione del socialismo in U.R.S.S.

La legge del valore, cioè lo scambio di merci sulla base del valore sociale medio in esse incorporato, ha funzionato attraverso tutte le fasi della produzione mercantile. Se un’economia socialista è vista come un processo in sviluppo e non come un astratto e compiuto “sistema”, è ovvio che ciò che con essa avviene è il passaggio dalla produzione mercantile capitalistica -produzione e distribuzione di valori di scambio – ad una produzione e ad una distribuzione pienamente pianificate per soddisfare i bisogni della collettività.

La legge del valore permane ma non opera nello stesso modo che nella società capitalista.

In quest’ultima la legge del valore si afferma attraverso le fluttuazioni dei prezzi, in modo da determinare il livello dell’occupazione e regolare la distribuzione del capitale e del lavoro in funzione dei profitti. Nel sistema capitalista la merce non è semplice oggetto di scambio ma contiene in sé anche il plusvalore, destinato all’appropriazione capitalista, e l’intero processo di produzione è finalizzato al raggiungimento del massimo profitto.

Viceversa, in un’economia socialista il profitto non è all’ordine del giorno; e non può che essere così, in un sistema dove la produzione e la circolazione delle merci è in larga parte realizzata secondo un piano. Nella lunga fase di transizione dal capitalismo al comunismo i prodotti vengono scambiati ancora sotto forma di merci, ma non più di merci capitalistiche.

Nello Stato della dittatura del proletariato esistono ancora le classi. Il proletariato può prevalere sulla borghesia ma, anche se i rapporti di forza sono capovolti rispetto alla società capitalistica, esiste ancora una classe borghese, sia pur residuale e marginale.

Gli scambi non riguardano il capitale e la sua accumulazione ma soddisfano gli obiettivi del piano, sia come organizzazione della produzione che come consumo finale. Nel socialismo, la legge del valore influisce (ma non determina) nella formazione del prezzo dei prodotti di consumo, dato che si deve ancora considerare il costo del prodotto, e che l’entità del processo produttivo influisce sul rapporto tra domanda e offerta Ma lo Stato pianifica, secondo i bisogni della società, sia la quantità di circolazione delle “merci”, che le entrate monetarie della popolazione, lo Stato quindi determina la quota di prodotto del lavoro sociale che arriva, tramite la sfera della circolazione, ad uso personale dei lavoratori.

Perché merce, valore e legge del valore – nel contenuto e nella forma – non scompaiono totalmente nel socialismo? Perché è durante questa fase che le forze rivoluzionarie agiscono per creare tutte le condizioni economiche, politiche e istituzionali, culturali per mezzo delle quali, grazie ai nuovi rapporti di produzione, allo sviluppo delle forze produttive, alla razionalizzazione pianificata, all’organizzazione socialista del commercio, al superamento del rapporto di scambio mercantile, alla costruzione di rapporti fra uguali nella produzione e nella società si creano tutte le premesse per arrivare al comunismo, cioè al superamento della categoria di valore e a scambi che non contemplino più la presenza della legge del valore.

Ma perché si realizzino questi nuovi rapporti sociali, comunisti, nella fase socialista, lo Stato proletario deve socializzare tutti i mezzi di produzione, cioè abolire la proprietà privata, porre fine alla forza-lavoro quale merce, e quindi al suo sfruttamento.

Con la socializzazione dei mezzi di produzione, scompare il rapporto mercantile tra venditore e acquirente pur restando la circolazione dei beni di consumo nella forma di merce. Le categorie e le leggi che erano proprie della vecchia società capitalistica acquistano un significato ben diverso rispetto a quello che avevano nel capitalismo. Nel socialismo abbiamo la produzione di “merci” senza capitalisti.

La produzione di “merci” era limitata dalla proprietà pubblica dei mezzi di produzione, dai rapporti produttivi socialisti che escludevano il sistema del lavoro salariato e lo sfruttamento.

Qual’è il “soggetto sociale” che vende le “merci” ai lavoratori? Sono i lavoratori, non più sfruttati, che vendono a se stessi i loro prodotti! E ancora: chi determina i prezzi? I capitalisti o lo Stato della dittatura del proletariato? I prezzi non sono determinati dalla concorrenza e dall’anarchia tipica del mercato ma dall’economica socialista pianificata!

Nel libro analizzo anche la questione dei salari che rende particolarmente evidente la differenza tra il valore in una società socialista e il valore in una società capitalista.

Nella società capitalista la forza-lavoro è una merce venduta dal suo possessore contro un salario monetario equivalente al valore della forza stessa, cioè alla quantità di lavoro incorporato nei mezzi di sussistenza. Storicamente può accadere che, a causa della radicalità e forza delle lotte, oppure della carenza di forza-lavoro, i salari si possono alzare oltre il livello di sussistenza, oppure che i salari, per periodi limitati – si pensi a situazioni di guerra – siano mantenuti a un livello inferiore di quello di sussistenza; ma nel lungo periodo è il livello di sussistenza che determina i salari (tenendo conto del fatto che il livello di sussistenza possa essere diverso da paese a paese, in funzione di differenti condizioni).

Anche nella società socialista avvengono dei pagamenti ai lavoratori per l’uso della forza-lavoro, e tali pagamenti si chiamano ancora salari; ma in quanto i mezzi di produzione non sono posseduti da privati ma dall’intera società, e quindi dai lavoratori stessi, la forza-lavoro non è una merce venduta dai suoi possessori, e perciò non esiste “plusvalore” di cui si appropria una persona differente dal lavoratore.

I salari non sono il prezzo d’acquisto della forza-lavoro il cui valore sia equivalente ai mezzi di sussistenza, ma rappresentano quella parte del prodotto che viene assegnata direttamente al lavoratore, mentre la restante parte è destinata a suo vantaggio indirettamente, attraverso l’aumento delle forze produttive del paese, dei suoi servizi sociali, dell’istruzione nonché il miglioramento della difesa dello Stato socialista dai suoi nemici.

Nonostante i successi conseguiti, i pericoli che derivavano dalla sopravvivenza del capitalismo: “il pericolo principale – sottolineava Stalin – è rappresentato da quella deviazione contro la quale si è cessato di lottare e alla quale si è offerta così la possibilità di crescere fino a diventare un pericolo per lo Stato”.

La classe capitalista poteva riconquistare il potere nel paese che aveva realizzato la dittatura del proletariato, e restaurare rapporti sociali capitalistici. La lotta di classe – spiegava Stalin – proseguiva nella società socialista, in forme nuove, più subdole e più pericolose per il socialismo. sia nei rapporti sociali, che sul terreno teorico, politico e ideologico: “quanto più andremo avanti, quanto più riporteremo successi – diceva Stalin – tanto più le classi sfruttatrici sconfitte diverranno feroci”.

Infatti, come aveva ben compreso Stalin, il capitalismo non è solo rapporti di proprietà e l’abolizione della proprietà borghese dei mezzi di produzione non comportava il definitivo (e automatico) tramonto dei rapporti economici, sociali, culturali ereditati dalla società preesistente.

All’interno del partito non vi fu, quindi alcun “scontro per il potere”, ma uno scontro di classe che era parte dello scontro di classe che attraversava la società sovietica.

Stalin poneva l’accento sull’influenza che l’apparato ideologico borghese era in grado di esercitare anche all’interno del partito, nonostante il potere socialista. Accanto a questo Stalin denunciò più volte il rischio di deviazioni burocratiche all’interno del partito, la tendenza ad isolarsi dalle masse, a non accettare le critiche da parte della base, ad arroccarsi in gruppi elitari che avrebbero favorito la corruzione e il clientelismo e avrebbero favorito il riemergere dell’ideologia individualistica tipica del sistema capitalistico.

In U.R.S.S., accanto alla posizione di Stalin, che poneva al centro del processo di costruzione del socialismo la lotta di classe esisteva un’altra posizione che sostanzialmente la negava, ponendo l’accento sulla integrazione pacifica dei capitalisti nel socialismo.

In Stalin c’era la chiara consapevolezza che i nemici del socialismo continuavano ad agire nel campo della sovrastruttura; e ci indicava chiaramente la continuità che esisteva fra Bucharin, le cui posizioni sono ampiamente criticate nel mio lavoro, e Yaroscenko, anticipando le linee programmatiche che avrebbe seguito il ceto politico revisionista dopo la sua scomparsa.

E’ nota tutta la vicenda connessa al XX Congresso del P.C.U.S., ma lo è solo per i suoi aspetti esteriori, dettati dal livore antistaliniano di Krusciov.

Il forsennato attacco alla figura e all’opera di Stalin nascondeva ben altro. Si trattava di mettere in discussione gli aspetti fondamentali della pianificazione socialista, di spostare, in nome del decentramento e dell’incentivazione della produzione di beni di consumo, l’asse dell’economia verso il rafforzamento degli elementi borghesi che non erano stati ancora sconfitti.

Il “nuovo corso” inaugurato da Krusciov polarizzava l’attenzione sull’impiego di incentivi materiali, con la conseguenza di accentuare la differenziazione dei redditi individuali. Le esigenze perequative di differenziazioni nella retribuzione individuale, che erano state al centro della politica leniniana a e staliniana e che si esprimevano in una costante attenzione al consumo collettivo e ai servizi sociali, vennero rapidamente ridimensionate.

Al di là dei proclami altisonanti sull’avvicinarsi del comunismo, dispensati con grande abbondanza da Krusciov e dai suoi successori, la società sovietica divenne sempre più spoliticizzata e quindi non più rivoluzionaria.

Si tratta di questioni indissolubilmente legate tra di loro e questo legame aiuta a comprendere il processo di distacco e di rottura dal socialismo che ha progressivamente caratterizzato la società sovietica. Una società spoliticizzata doveva affidarsi agli incentivi privati; ma perché gli incentivi privati potessero funzionare effettivamente la struttura della produzione doveva essere diretta ad assicurare i beni e i servizi che davano un significato concreto ai redditi monetari e alla corrispondente domanda.

Questa era la situazione che conseguiva al decennio di direzione politica inaugurato con l’ascesa al potere di Krusciov. L’unica via d’uscita da questo circolo vizioso sarebbe stata la ripoliticizzazione della società sovietica, che avrebbe consentito di ridimensionare il sistema degli incentivi privati e avrebbe consentito una diversa struttura della produzione e una diversa distribuzione dell’aumento del prodotto sociale. Ma questo avrebbe richiesto un radicale sovvertimento della direzione politica post staliniana che, invece, non avvenne.

Il corso inaugurato da Krusciov non poteva che tendere ad aumentare le disuguaglianze materiali all’interno della società sovietica, a sollecitare la produzione di beni di consumo individuali trascurando lo sviluppo di altri settori dell’economia e della società. Una società che decide di indirizzare la produzione a beni di consumo privati, decide contemporaneamente di non fare del miglioramento del tenore di vita delle masse il suo obiettivo prioritario. E questa è stata la decisione presa dal ceto politico dirigente dell’U.R.S.S. e portata avanti con energia.

All’opposto delle esigenze generali sottolineate più volte da Stalin al fine di migliorare il sistema di direzione economica e politica, liberandolo da forme burocratiche e da forme di comando amministrativo, la “partecipazione e l’iniziativa dal basso”, tanto propagandata, era quella degli apparati tecnico-direzionali delle aziende.

A differenza dell’epoca staliniana, che aveva portato al coinvolgimento attivo dei lavoratori nella produzione attraverso i propri organismi (sindacati, assemblee di fabbrica, ecc) si favorì la formazione di una struttura aziendale autoritaria lasciando ampi poteri alle direzioni aziendali.

Nel giro di pochi anni si era formato e consolidato uno strato che aveva ragioni ben evidenti per staccarsi dalle masse, fornito di privilegi ed emolumenti inimmaginabili nell’epoca staliniana, che aveva tutto l’interesse a rafforzare la propria posizione privilegiata.

Trentasei anni, cioè il periodo che va dalla Rivoluzione d’Ottobre alla morte di Stalin, erano un periodo troppo breve per assicurare l’irreversibilità di una trasformazione sociale così profonda come quella socialista. Il sistema sovietico di stratificazione creava le condizioni favorevoli per la formazione di un sistema di classi, in assenza di controspinte effettive che li arrestassero. Ma queste spinte non potevano consistere in asserzioni ideologiche, come quelle secondo cui si stavano “ponendo le basi materiali del comunismo”, che in realtà erano slogan destinati ad ottenere l’appoggio di quanti aspiravano ad un futuro migliore ma erano del tutto lontani dalla realtà economica e sociale.

La restaurazione capitalistica in Unione Sovietica è stata ufficializzata negli anni 80 ed ebbe come protagonista Gorbaciov.

Gorbaciov mise subito in chiaro i suoi progetti, in aperta continuità con la linea iniziata di Krusciov: concessione di una piena autonomia gestionale alle imprese, drastico ridimensionamento del ruolo degli organi centrali di pianificazione economica, introduzione dell’autonomia per le imprese e del profitto quale metro di misura per regolare i rapporti con la forza-lavoro. Nel giugno del 1987 entrò in vigore la nuova legge sulle imprese che rendeva possibile il ricorso ai licenziamenti, quando l’impiego di manodopera non coincidesse con le esigenze del profitto, e poneva l’obiettivo dell’aumento della produttività secondo criteri capitalistici.

Per portare avanti i propri piani Gorbaciov doveva liberarsi di ogni resistenza alla piena restaurazione del capitalismo. Chi non acconsentiva alla sua linea politica venne rapidamente accantonato. Si intraprese una colossale opera di sostituzione di quadri, al centro e in periferia; dal marzo 1985 fino al XXVII congresso vennero espulsi dal partito circa 400.000 iscritti e altrettanti vennero allontananti l’anno seguente.

La politica di Gorbaciov trovava resistenze n larghissimi strati delle masse popolari.

La “riforma” dei salari del 1987 aveva tolto la certezza dell’occupazione per i lavoratori dell’industria e aveva dato piena autonomia ai manager d’azienda di decidere i salari. Agli scioperi dei lavoratori Gorbaciov reagì ricorrendo alla repressione: la restaurazione capitalista non ammetteva ostacoli, né tantomeno poteva essere arrestata da una classe lavoratrice divenuta passiva, impigrita dall’acquisizione di diritti che parevano eterni, spinta alla protesta più da malcontenti corporativi che da una coscienza del proprio ruolo rivoluzionario.

Gli eventi che sono seguiti a quei giorni di fine anni ’90 dimostrano quanta ragione avesse Stalin quando denunciava il pericolo che i “cavalli di Troia” fossero presenti all’interno dei partiti comunisti, il rischio reale di infiltrazioni all’interno dello gruppo dirigente del partito di fautori degli interessi delle vecchie classi sociali. Tale rischio sarebbe stato destinato a ingigantirsi sempre più con il venir meno della vigilanza rivoluzionaria, della formazione leninista dei militanti e dei quadri, della lotta senza quartiere contro i residui delle vecchie classi sociali. “E’ dall’interno che le fortezze si espugnano più facilmente” affermava Stalin quando denunciava come gli “oppositori” fossero passati nel campo della provocazione, del tradimento, dell’incitamento all’insurrezione armata contro il potere sovietico, del terrorismo contro il “regime staliniano”.

Poteva essere che dirigenti del partito, vecchi bolscevichi potevano passare al servizio del campo della reazione, della restaurazione del capitalismo? Ma non erano forse “vecchi bolscevichi” quelli che, sotto la guida di Krusciov misero in atto un piano organico tendente alla restaurazione del capitalismo nel giro di pochi anni?

Non erano forse dirigenti del partito, ai massimi livelli, Gorbaciov, Eltsin, Sevardnadze, Yakovlev che, hanno ratificato la consegna del paese a capitalisti e mafiosi, facendo sprofondare il paese nella miseria, nella disoccupazione e favorendo, con la disgregazione dell’URSS, il riemergere dei più retrivi e sanguinari nazionalismi?

Da allora l’offensiva della classe capitalista contro gli sfruttati procede libera di ostacoli e scarica sulle masse popolari gli effetti devastanti della sua crisi senza vie d’uscita.

La sconfitta dell’esperienza rivoluzionaria inaugurata con l’Ottobre rosso, il ripristino dell’ancient regime, il dilagare di fascismi e nazionalismi in Europa, il crollo delle socialdemocrazie e l’inconsistente vacuità delle esperienze cosiddette del “socialismo del XXI secolo” ci dimostrano che l’esperienza del socialismo sovietico ha molto da dirci e da insegnarci.

Lenin, Stalin e i loro compagni bolscevichi nel 1917 hanno fornito la prova di ciò che a molti sembrava una vuota vanteria: che il marxismo è una scienza della rivoluzione.

Mai prima d’allora una classe lavoratrice si era imposta come classe dirigente di un grande paese, né mai alcuna classe rivoluzionaria aveva lottato con maggiore tenacia e coraggio contro un’enorme coalizione di nemici interni ed esterni. Mai prima d’allora, e in così pochi anni, si erano avuti cambiamenti tanto radicali nella struttura di una società. Mai prima d’allora un movimento rivoluzionario aveva suscitato tanto interesse in tutto il mondo.

La Rivoluzione francese scosse fino alle sue fondamenta l’Europa ma non toccò, se non marginalmente, il resto del mondo, che era la parte più grande, per popolazione e territorio. E’ proprio nella parte più vasta del mondo che la Rivoluzione d’Ottobre ha messo in moto potenti spinte di liberazione che hanno travolto l’imperialismo e il colonialismo. Prima del 1917 il marxismo e il socialismo erano fenomeni essenzialmente europei; dopo il 1917, sulla spinta dell’esempio della costruzione del socialismo nell’Urss di Lenin e di Stalin, sono rapidamente diventati la più potente leva di liberazione degli sfruttati in tutto il pianeta.

Le forze dell’anticomunismo, della reazione, della borghesia, della religione hanno condotto contro l’esperienza di costruzione del socialismo in U.R.S.S. una guerra che non ha eguali, servendosi, di eserciti e agendo per svuotare dall’interno il partito sovietico. Erano ben consapevoli di essere davvero vicini alla loro sconfitta storica e al loro tramonto definitivo.

Quell’esperienza è stata sconfitta, è vero. E’ stata sconfitta per i motivi che ho cercato di approfondire nel mio lavoro. Si impara dalle vittorie ma anche, certamente, dalle sconfitte.

I giovani, i lavoratori, gli sfruttati che oggi si avvicinano, tra mille difficoltà e ostracismi, all’idea di comunismo, sapranno fare tesoro dei tanti insegnamenti che l’assalto al cielo degli sfruttati del secolo passato ci ha lasciato, a partire dalla formidabile, anche se incompiuta, opera di costruzione del socialismo iniziata da Lenin, da Stalin e dal partito bolscevico, e si potranno porre le premesse per il rilancio del movimento comunista e per una radicale trasformazione della realtà

Forti della storia del movimento comunista del secolo passato, dei suoi successi come delle sue sconfitte, la prossima volta gli sfruttati faranno molto ma molto meglio.

Concetto Solano