Appunti per una pratica marxista – leninista in merito alla questione femminile

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“Noi dobbiamo assolutamente creare un potente movimento femminile internazionale, fondato su una base teorica netta e precisa… È chiaro che non può aversi una buona pratica senza teoria marxista. Noi comunisti dobbiamo mante­nere su tale questione i nostri principi in tutta la loro chiarezza. Dobbiamo distinguerci nettamente da tutti gli altri partiti … La prima dittatura del proletariato apre veramente la strada verso la completa eguaglianza sociale della donna. Sradica più pregiudizi essa che non le montagne di scritti sull’eguaglianza femminile. E malgrado tutto ciò, noi non abbiamo ancora un movimento femminile comunista internazionale. Ma ad ogni costo bisogna ar­rivare a formarlo. Dobbiamo procedere subito alla sua organizzazione. Senza questo movimento, il lavoro della nostra Internazionale e delle sue sezioni sarà e rimarrà incompleto… Ed ora, proprio ora, le comuniste attive trattano la questione dei sessi, delle forme del matrimonio nel passato, nel presente e nel futuro! Esse ritengono che il loro primo dovere sia di istruire le operaie in quest’ordine di idee.…Per questo genere di occupazione non c’è posto nel par­tito, tra il proletariato che lotta ed ha una coscienza di classe…Potete garantirmi seriamente che le questioni sessuali e matrimoniali non sono discus­se nelle vostre riunioni che dal punto di vista del materialismo storico vitale, ben compreso? Ciò suppone co­noscenze vaste, approfondite, la conoscenza marxista, chiara e precisa, di un’enorme quantità di materiali. Di­sponete in questo momento delle forze necessarie?… A che cosa conduce, in fin dei conti, questo esame insufficiente e non marxista della questione? A questo: che i proble­mi sessuali e matrimoniali non sono visti come una parte della principale questione sociale e che, al contrario, la grande questione sociale stessa appare come una parte, un’appendice del problema sessuale. La questione fon­damentale è ricacciata in secondo piano, come cosa se­condaria. Non solo ciò nuoce alla chiarezza della questione, ma oscura il pensiero in generale, la coscienza di classe delle operaie..” [1]

In questo estratto del famoso dialogo tra Lenin e Clara Zetkin sul movimento femminile[2], il capo della rivoluzione d’ottobre pone le basi per una corretta impostazione del lavoro sulle questioni femminili, a partire dall’urgenza di dar vita ad un movimento femminile internazionale fondato su una base teorica netta e precisa, ovvero la dottrina marxista-leninista. In particolare, Lenin sottolinea il dovere delle comuniste e dei comunisti di lavorare per l’emergere della coscienza di classe delle lavoratrici.

  1. La strada sbagliata del femminismo

Se Lenin ci ricorda le condizioni in cui le donne comuniste erano chiamate ad operare, e le conseguenti priorità che il movimento femminile internazionale avrebbe dovuto darsi[3], l’attuale condizione dei lavoratori ed in particolare delle lavoratrici, e il nostro altrettanto drammatico contesto di azione, impongono una critica spietata e rigorosa delle teorie e delle pratiche che hanno pervaso il movimento internazionale dei lavoratori negli ultimi 50 anni, ed in particolare delle modalità con le quali è stata condotta, o non è stata condotta, la lotta di classe. La critica dura e puntuale condotta contro il revisionismo necessita quindi di essere completata da un’altrettanto precisa critica dell’eclettismo ideologico che ha inquinato e indebolito il movimento operaio e i partiti comunisti, e, per quanto riguarda l’argomento che stiamo esaminando, è necessario partire da una profonda critica alle teorie e alle pratiche del pensiero femminista.

Il nostro metro di misura è la dottrina marxista – leninista: quanto ogni singolo pensiero e pratica femminista o femminile ha contribuito a far crescere la coscienza di classe delle lavoratrici? Quanto ha contribuito a disvelare agli occhi delle donne la contraddizione primaria capitale – lavoro? Quanto ha contributo all’avanzamento concreto del movimento dei lavoratori e delle lavoratrici? Quanto al contrario ha spostato in secondo piano gli aspetti materiali, deformando la rilevanza delle pur pesanti implicazioni culturali e giuridici della struttura economica capitalistica? Quanto fumo ha contribuito a gettare negli occhi delle donne lavoratrici e comuniste spingendole verso una deleteria deriva interclassista?

Le storiche e filosofe del pensiero femminista individuano due correnti di pensiero e due ondate del movimento femminista[4]: la corrente liberale e la “corrente socialista”; la prima ondata del movimento femminista dalle origini vere e proprie (1895, anno in cui compare per la prima volta il termine “femminismo”) allo scoppio del primo conflitto mondiale, e una seconda ondata, dal 1968 al 1980, con un lungo periodo di riflusso (1918 – 1968). Alcune precisazioni si rendono necessarie: mentre la corrente liberale adotta scientemente il termine femminismo e le femministe liberali si costituiscono fin dall’inizio come un movimento di sole donne[5], già parlare di corrente socialista del movimento femminile è un grave errore di impostazione ideologica, un errore basilare: Engels, Zetkin, Kollontaj, individuati dagli storici del pensiero femminista come i principali esponenti di quella che loro denominano corrente socialista, non avrebbero mai accettato (e noi con loro ovviamente) una simile impostazione, in quanto la questione femminile, di cui peraltro non negano la specificità, sottolineando costantemente la doppia condizione di sfruttamento (sfruttamento di classe e asservimento patriarcale), deve necessariamente essere ricondotta alla lotta del proletariato contro il capitale.

Non è un caso inoltre che gli storici e le storiche del femminismo non facciano mai riferimento, nemmeno in modo incidentale, né a Marx del “Manifesto del Partito Comunista” e de “Il Capitale”, né a Lenin, che, come abbiamo visto, molto più di Engels si confrontò concretamente con il movimento femminista e i rischi di deviazionefemminista della lotta delle donne comuniste e che fu artefice, insieme alla Kollontaj, della prima concreta emancipazione femminile della storia, attraverso la costruzione dello Stato socialista sovietico.

Un’ altra osservazione di carattere generale riguarda la seconda ondata del movimento femminista, nella quale la stessa “corrente socialista” scompare per lasciare il posto al femminismo radicale, e ad un caleidoscopio di teorie che hanno tutte come comune denominatore la differenza sessuale quale contraddizione principale[6] della società. E se confutare le basi della corrente liberale, ovvero del femminismo propriamente inteso, è stato un compito relativamente semplice[7], molto più insidiosa è l’avventura nelle sabbie mobili dell’eclettismo femminista di questa seconda fase, e ancora di più la navigazione nelle acque di Virginia Woolf, Simone de Beauvoir o Juliet Mitchell, che si ergono imponenti e ambigue nella lunga fase di transizione a cavallo fra le due guerre, le autentiche icone delle femministesessantottine.

Infine, “la lunga fase di riflusso” a cavallo tra le due ondate femministe (1918 – 1968) svela l’impostazione decisamente antisovietica e, conseguentemente, anticomunista del pensiero e del movimento femminista tout court: di fatto, il riflusso riguarda esclusivamente il pensiero e la pratica liberale, essendo invece questo il periodo dell’avanzata dirompente dei diritti e delle condizioni materiali concrete delle lavoratrici e delle donne di tutto il mondo, in Unione Sovietica prima, nei paesi socialisti poi, e in occidente, con tutti i limiti della coesistenza con il sistema economico capitalista, tramite le battaglie politiche e sindacali condotte dai comunisti. Storici e filosofi cancellano, più o meno deliberatamente, la parte più rilevante, e l’unica vincente, del movimento di emancipazione femminile. La vera fase di riflusso del movimento femminile internazionale si ha dunque con il crollo dell’Unione Sovietica e del movimento internazionale dei lavoratori e delle lavoratrici, con il conseguente generale arretramento dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, ritornate queste ultime a pagare il prezzo più alto della grave crisi del capitalismo e del nuovo quadro di debolezza del movimento comunista internazionale.

Se escludiamo le pioniere Mary Wollstonecraft e Jane Austen, paragonabili per il ruolo svolto nella costruzione del movimento femminista agli epigoni del socialismo utopistico, il femminismo come pensiero e movimento di ispirazione liberale sorge nel pieno delle trasformazioni scientifiche e tecniche, insieme economiche ed industriali, quindi sociali dell’esplosione rivoluzionaria del capitale, e trova la sua prima espressione teorica compiuta nei lavori di Harriet Taylor, “L’emancipazione delle donne” (1851), e del di lei marito John Stuart Mill, “L’asservimento delle donne” (1869):

“La parola d’ordine del femminismo liberale … è riassumibile nella frase: abbiamo gli stessi diritti, di origine naturale o divina, degli uomini; lottiamo perché ci vengano riconosciuti”[8].

Ed è sulla base di questa affermazione che le femministe condurranno la loro lotta per le conquiste “legali” borghesi: diritto di voto, gestione di eredità e della proprietà (privata), accesso all’istruzione superiore e alle libere professioni, diritto di famiglia, matrimonio, divorzio, aborto.

  1. Il pensiero e la pratica marxista – leninista in merito alla questione femminile

Ma quando compaiono questi due pilastri del pensiero femminista liberale, Marx ed Engels avevano già scritto nel 1848:

“Su che cosa riposa l’attuale famiglia borghese? Sul capitale, sul guadagno personale. Non esiste nel suo pieno sviluppo se non per la sola borghesia; ma essa trova il suo completamento nella forzata mancanza della vita di famiglia presso i proletari, e nella prostituzione pubblica. La famiglia del borghese cadrà naturalmente col venir meno di tale complemento; e famiglia borghese e complemento spariranno con lo sparire del capitale….Il borghese non vede nella moglie se non un semplice strumento di produzione. Ora nel sentire che gli istrumenti di produzione saranno sfruttati in comune, esso non può fare a meno di pensare, che la stessa sorte dell’uso in comune debba toccare alle donne. E non capisce punto, che si tratta precisamente di togliere alla donna il carattere di un istrumento di produzione. Del resto non si dà nulla di tanto grottesco, quanto l’orrore da moralisti raffinati, col quale i nostri borghesi riguardano la pretesa comunanza delle donne, che avrebbe presso i comunisti carattere ufficiale. I comunisti non han per davvero bisogno d’introdurre la comunione delle donne, perché questa c’è stata quasi sempre. I nostri borghesi, non paghi di avere a loro disposizione le mogli e le figlie dei loro proletari, usano – per passar sopra qui alla prostituzione ufficiale – di tenere per loro principalissimo spasso quello della mutua seduzione delle consorti loro. Il matrimonio borghese è in verità la comunanza delle donne…Ma si capisce poi, che aboliti che fossero i presenti rapporti di produzione, sparirebbe del pari la presente comunanza delle donne, che da quei rapporti deriva, ossia la prostituzione ufficiale e la non ufficiale”[9]

A Marx ed Engels apparve subito chiaro che le conquiste legali di uguaglianza formale fra uomini e donne non cambiano, nella sostanza, le condizioni materiali di subordinazione delle donne, esattamente come accade per le conquiste formali tra proletari e capitalisti. Questo dovrebbe essere chiaro e definito, a maggior ragione oggi, per tutte le comuniste.

Ciò che caratterizza il capitale, ci ricorda Marx, è l’appropriazione privata ed il controllo sul pluslavoro: a partire dalla fase di transizione dal capitalismo al socialismo sarà possibile far coincidere la giornata lavorativa con il lavoro necessario. Oppure, ovvero meglio, decidere che il lavoro necessario debba allungarsi per andare incontro ai nuovi bisogni emersi da parte dei lavoratori e andare a costituire il fondo sociale di riserva e di accumulazione, un fondo il cui uso quindi è destinato agli interessi della società. Il comunismo e la precedente fase di transizione saranno caratterizzati, quindi, non solo dalla riduzione dell’orario di lavoro, destinato a consentire il libero sviluppo delle attitudini intellettuali e sociali di tutti gli individui, obbiettivo della società comunista, ma anche dall’utilizzo collettivo e sociale del pluslavoro[10].

Questa sarà la base materiale della nuova società, la quale a partire dalla appropriazione collettiva del pluslavoro minerà alle basi la subordinazione della donna all’uomo: “La posizione degli uomini in ogni caso subirà un grande cambiamento. Ma anche quella delle donne, di tutte le donne, subirà un notevole cambiamento. Col passaggio dei mezzi di produzione in proprietà comune, la famiglia singola cessa di essere l’unità economica della società. L’amministrazione domestica privata si trasforma in un’industria sociale. La cura e la educazione dei fanciulli diventa un fatto di pubblico interesse; la società ha cura in egual modo di tutti i fanciulli, legittimi e illegittimi. E con ciò cade la preoccupazione delle «conseguenze», la quale oggi costituisce il motivo sociale essenziale — sia morale che economico — che impedisce ad una fanciulla di abbandonarsi senza riserve all’uomo amato”[11]

Engels continua: “Quello che noi oggi possiamo dunque presumere circa l’ordinamento dei rapporti sessuali, dopo che sarà spazzata via la produzione capitalistica, il che accadrà fra non molto, è principalmente di carattere negativo, e si limita per lo più a quel che viene soppresso. Ma che cosa si aggiungerà? Questo si deciderà quando una nuova generazione sarà maturata. Una generazione d’uomini i quali, durante la loro vita, non si saranno mai trovati nella circostanza di comperarsi la concessione di una donna col danaro o mediante altra forza sociale; e una generazione di donne che non si saranno mai trovate nella circostanza né di concedersi a un uomo per qualsiasi motivo che non sia vero amore, né di rifiutare di concedersi all’uomo che amano per timore delle conseguenze economiche. E quando ci saranno questi uomini, non importerà loro un corno di ciò che secondo l’opinione d’oggi dovrebbero fare; essi si creeranno la loro prassi e la corrispondente opinione pubblica sulla prassi di ogni individuo. Punto.”[12]

Come crescerà questa generazione di donne e uomini? Non certo rinviando “la rivoluzione fino al giorno in cui gli uomini saranno cambiati”, quanto piuttosto subordinandosi “all’avanguardia (armata) di tutti gli sfruttati e di tutti i lavoratori: il proletariato”.[13]

Il proletariato, in ultima analisi, organizzandosi nel movimento internazionale dei lavoratori e delle lavoratrici, spezza il giogo dello sfruttamento capitalistico e pone le basi per la realizzazione della società socialista, senza più sfruttamento dell’uomo sull’uomo né subordinazione della donna all’uomo.

Barbara Mangiapane, Presidente Critica Proletaria

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[1] Lenin e il movimento femminile, Clara Zetkin 1925, https://www.marxists.org/italiano/zetkin/lenin.htm.

[2] Sia Lenin che la Zetkin non è un caso che parlino di movimento femminile e non femminista: il suffisso – ismo/-ista (lat. -ismus, gr. -ισμός) sta ad indicare un movimento sociale e di pensiero compiuto, un paradigma esplicativo dei fenomeni economici, sociali, culturali e giuridici. E per Lenin e la Zetkin l’unico – ismo che considerino esplicativo è il marxismo, dottrina alla quale ricondurre anche la questione femminile.

[3] “Il primo stato in cui s’è realizzata la dittatura pro­letaria è accerchiato dai controrivoluzionari di tutto il mondo. La situazione della Germania stessa esige la mas­sima coesione di tutte le forze rivoluzionarie proletarie per respingere gli attacchi sempre più vigorosi della con­trorivoluzione.” Op. cit.

[4] Le filosofie femministe, Adriana Cavarero, Franco Restaino, Bruno Mondadori Editori

[5] Op. cit. pag. 10

[6] Op. cit. pag. 31

[7] Considerando anche che tale compito fu assolto principalmente da Engels.

[8] OP. cit. pag. 13

[9] “Manifesto del Partito Comunista”, K. Marx, F. Engels, Mursia, pagg. 61 – 63

[10] Il Capitale, K. Marx, Libro I

[11] L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, F. Engels 1891 http://www.resistenze.org/sito/ma/di/ce/mdce5n29b.htm

[12] Op. cit.

[13] Stato e rivoluzione, Lenin.