Il razzismo, l’arma estrema dei padroni per dividere gli sfruttati

Pomodori

L’ideologia razzista da sempre si serve della contrapposizione tra gli sfruttati per dividerli e per garantire il dominio incontrastato della classe dominante. Questo è avvenuto durante la società schiavistica, durante quella feudale ed anche la società capitalistica non fa eccezione.

Nella fase attuale la crisi del sistema fondato sulla produzione di merci, l’incapacità di garantirne la valorizzazione – ed i conseguenti profitti per gli sfruttatori –  ha determinato un nuovo ricorso al razzismo per distogliere la maggioranza della popolazione dalle cause reali dell’attuale, diffuso, immiserimento.

Lo schema che tende a contrapporre migranti e lavoratori e disoccupati autoctoni,  e che ha sostenitori anche nell’ambito della cosiddetta “sinistra” e dei suoi moderni ideologi (alla Fusaro, per intenderci), fa acqua da tutte le parti e si dimostra inconsistente.

Per prima cosa perché fa gli interessi dei padroni che, a parole, dice di voler combattere. I padroni delocalizzano, si servono di manodopera sfruttata a bassissimo costo nei paesi extraeuropei e nell’Est Europa, sono legati da un sistema di accordi e complicità che serve – in Italia come all’estero – a contrastare la caduta dei loro profitti provando a scaricare sulla classe sfruttata le conseguenze della crisi strutturale del sistema capitalista.

Da questo punto di vista non c’è differenza tra respingimenti e “integrazione”. Sono le due facce della medaglia della stessa politica criminale.

I respingimenti soddisfano il becero “senso comune” di tanti che, privi di ogni forma di coscienza, accettano passivamente le propaganda razzista, compresa quella portata avanti da governi che hanno giurato fedeltà ad una Costituzione che rivela ogni giorno di  più il suo carattere di paravento formale dell’arroganza della classe proprietaria.

Quanto poi all’integrazione, in una società capitalista, questa significa integrazione nei meccanismi dello sfruttamento, con conseguenze bestiali e disumane. Sono “integrati”, infatti, gli immigrati che accettano condizioni di sopravvivenza semischiavistiche o, comunque, di elevatissima precarietà lavorativa perché vincolati da assoluta necessità di sopravvivenza. Non a caso il caporalato ha nuovamente assunto un ruolo rilevante in diverse zone agricole del Meridione dove tanti lavoratori immigrati lavorano nei campi per 12 ore al giorno in cambio di un salario inferiore ad un euro l’ora e vivono in catapecchie fatiscenti.

I migranti sono merce, bestie da sfruttare o da utilizzare per campagne di propaganda.

L’esercito industriale di riserva, tirato in ballo da Fusaro e dai suoi seguaci, non ha nulla a che vedere con tutto questo. Tutt’al più rappresenta il tentativo di aggiungere confusione e disorientamento, provando maldestramente ad arruolare Marx nella campagna di divisione della classe sfruttata.

Infatti l’esercito industriale di riserva, per Marx, è, contemporaneamente condizione e risultato del processo di accumulazione del capitale.

Marx spiega che la produzione dell’esercito industriale di riserva è inseparabile dal processo globale di riproduzione del capitale. Questa crescita permanente di manodopera disponibile, prodotta dal e nel processo di accumulazione del capitale, diventa, a sua volta, elemento indispensabile sul quale il capitale stesso deve fare affidamento.

E’ vergognoso provare ad utilizzare Marx per dare una veste “di sinistra” al nazionalismo rossobruno, che ancora una volta torna a galla. Chi aveva scritto nel proprio programma “Proletari di tutti i paesi unitevi!” nulla ha in comune con il nazionalismo di sinistra.

Il capitalismo ha devastato l’intero continente africano, saccheggiandolo indiscriminatamente, depredandone le risorse, creando condizioni indicibili di povertà e miseria, creando governi fantoccio per garantire ai predoni europei di avere campo libero per le proprie ruberie. E questo non riguarda soltanto il passato ma ha i suoi riscontri immediati anche in un presente fatto di multinazionali che proseguono la loro opera di saccheggio e distruzione.

Certo non c’è soluzione. Aggiungiamo noi che non c’è soluzione nel capitalismo. Perché fin quando si continua a mantenere in piedi questo sistema decadente la miseria avanzerà in tutto il pianeta. E’ proprio la globalizzazione capitalista che si è fatta carico di incidere la pietra tombale a questo sistema agonizzante.

Volgiamo al contrario la parola d’ordine reazionaria, rivolta ai migranti secondo cui vanno aiutati a a casa loro. Si, aiutiamoli ma a liberarsi degli sfruttatori europei e dei loro fantocci, e li possiamo aiutare riprendendo la bandiera (e il programma di cambiamento sociale) della rivoluzione sociale, del comunismo, l’unico sistema che sostituisce egoismo e abbrutimento con fratellanza e solidarietà. L’unico sistema che risolve dalle fondamenta il problema della fame, della miseria, della sostenibilità ecologica della produzione.

Il capitalismo ci aiuta perché crea tutti gli strumenti per il suo superamento.

I migranti da questo punto di vista possono essere per loro stessi e per tutti noi una straordinaria risorsa, altro che un problema, una risorsa determinante per mettere fine a questo sistema.

Aiutiamoli, anche  “a casa nostra” a diventare parte fondamentale dell’esercito di classe che dovrà farsi carico di costruire una nuova società, raccogliendo la parte migliore delle tradizioni di lotta del movimento operaio e comunista.

Aiutiamoli, quindi, ma chiediamo che ci aiutino a loro volta, a fermare la barbarie capitalista, a scrivere assieme il futuro, un futuro di eguaglianza e libertà, il socialismo.

 

 

Collettivo Red Militant