L’unità della teoria e della pratica nel proletariato contro la cosiddetta “ scuola-lavoro ”, come moderna forma di lavoro schiavistico.

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“   …   Il lavoratore medio opera praticamente, ma non ha una chiara coscienza teorica di questo suo operare-conoscere il mondo; la sua coscienza teorica anzi può essere << storicamente >> in contrasto col suo operare.   Egli cioè avrà due coscienze teoriche, una implicita nel suo operare e che realmente lo unisce a tutti i suoi collaboratori nella trasformazione pratica del mondo, e una << esplicita >>, superficiale, che ha ereditato dal passato.   La posizione pratico-teorica, in tale caso, non può non diventare << politica >>, cioè quistione di << egemonia >>.   La coscienza di essere parte della forza egemonica (cioè la coscienza politica) è una prima fase di una ulteriore e progressiva autocoscienza, cioè di unificazione della pratica e della teoria.   Anche l’unità di teoria e pratica non è un dato di fatto  meccanico,  ma un  divenire storico,  che  ha  una  sua  fase elementare  e  primitiva  nel  senso di << distinzione >>, di << distacco >>, di << indipendenza >>.    Ecco perché altrove ho osservato che il concetto-fatto di egemonia ha rappresentato un grande progresso << filosofico >> oltre che politico-pratico.   …   “.

Abbiamo scelto di introdurre con questa mirabile citazione di Antonio Gramsci [ Quaderni del carcere  –  Appunti di filosofia, materialismo e idealismo  –  Terza serie  § (169) ], l’approfondimento sul nuovo fenomeno introdotto dai governi borghesi in Italia, detto di SCUOLA-LAVORO, non per un vezzo dottrinario o culturale, bensì perché è necessario confutare alla radice la motivazione ideologica (comunque di pretesa “ideologia borghese”) che viene portata a giustificazione di una indegna, ulteriore operazione di attacco alla rigidità del mercato della forza lavoro nel nostro Paese, sui cui caratteri concreti interverremo nel seguito.

Vi sono infatti alcuni docenti che amano definirsi di sinistra, se non addirittura comunisti, e che si dimostrano interessati, se non addirittura entusiasti dell’introduzione, prima in via sperimentale e facoltativa dai governi di centro-destra, e poi in via definitiva dai governi di centro-“sinistra”, di questo istituto che avrebbe l’ambizione di unificare teoria e pratica tramite una finta integrazione tra la scuola ed il lavoro.

Si badi bene, non indichiamo qui gli insegnanti appassionati dei cosiddetti progetti, tutti tesi ad assicurare ogni tipo di servaggio pur di racimolare qualche euro in più e/o accattivarsi le simpatie acritiche di un dirigente scolastico o di un ispettore influente.   E neppure, ovviamente, di quei militanti politici o sindacali, cui la pratica di massa fornisce tutt’ora gli strumenti per valutare il peso negativo di una controriforma del genere.  Stiamo, invece, scrivendo di quelli che hanno fatto il ’68 e pure il ’69 e che, avendo abbandonato ogni forma di militanza o qualunque ottimismo della volontà, si dedicano oggi a realizzare una sorta di by-pass della Storia, illudendosi che faccia bene alla (falsa) coscienza propria e delle masse popolari la semplice riproposizione nominalistica di un obiettivo  epocale,  proprio  invece  dei  marxisti-leninisti.

Ad aiutarli in questo percorso perverso, soprattutto per gli studenti proletari e per le loro famiglie, sono le concezioni che si sono affermate di fatto nella società italiana, quelle che sostengono che tutto ciò che è nuovo è bello.

Queste  concezioni  rappresentano,  tra  le  altre,  forse  le  più  insidiose  e  mistificanti.

Oggi, dunque, con il “nuovismo” che ai più, ma non a quelli che la scuola la conoscono bene e la amano,  sembra  essere  una grande conquista degli studenti e delle loro famiglie, si afferma il grande imbroglio: la scuola-lavoro.

E’ bene subito chiarire che cosa non rappresentano queste ore sottratte agli orari curriculari.

Non rappresentano nuove o surrettizie forme di attività di apprendistato, che vengono tutt’ora regolamentate da combinati normativi tra leggi europee, nazionali, regionali e gli stessi contratti nazionali lavorativi di categoria. Tali istituti riconoscono un minimo di tutela salariale e previdenziale e, soprattutto, garantiscono un riconoscimento legale e formale, oltre che fattuale; come si dice oggi fanno pure curriculum.   E’ bene qui ricordare, tra l’altro, che l’apprendistato rappresenta uno degli istituti più antichi, nato con la nascita stessa dell’industria manifatturiera, formalizzato già da Eduardo III d’Inghilterra nel 1349 nello statute of labourers, per essere poi pienamente istituzionalizzato  con  le  law  of  apprenticeship,  approvata  in  epoca  elisabettiana.

Men che meno sono equiparabili a corsi di formazione professionale, formazione assicurata oggi da riconosciuti Istituti statali, ma soprattutto da leggi, normative, strutture pubbliche o private abilitate, percorsi formativi che in ogni caso danno luogo a riconoscimenti qualificanti (diplomi e titoli abilitanti, qualifiche, certificazioni, ecc.).

E non sono neppure assimilabili a percorsi di formazione finalizzati e gestiti autonomamente da enti di natura privata, più o meno legati ed omogenei a gruppi industriali, tecnologici, finanziari, della ricerca, del marketing, della comunicazione.  Si tratta spesso di iniziative speculative e di dubbio spessore qualitativo, ma hanno comunque il discutibile obbligo di confrontarsi con il “mercato”,  seppure  padre  di  cotante  nefandezze.

Come e dove, allora, potremmo collocare delle attività finanziate e a rilevante carico dello Stato (compresi gli aspetti logistici, di costi diretti o indotti, di gran parte del management, della stessa selezione dei soggetti), affidate in esclusiva e senza evidenza pubblica a soggetti privati, sulla base spesso di conoscenze nella burocrazia ministeriale ai vari livelli e di vaghe e sommarie esperienze (qui i curriculum valgono veramente poco), attività che impegnano gli studenti direttamente in tali aziende, senza alcuna tutela sindacale, previdenziale, infortunistica (gli aspetti assicurativi sono ambigui e di dubbia definizione),  e  soprattutto  senza  un  euro  di  salario ?

Concentriamoci su quest’ultimo aspetto, che è sicuramente il più grave, senza nulla togliere agli altri perniciosi risvolti che connotano questo nuovo istituto con pretese didattiche.

Dunque, come chiamereste un lavoro qualunque, che si costringesse ad effettuare a fronte di nessuna remunerazione?

Sicuramente  in  solo  modo:  lavoro  schiavistico.

Siamo dunque tornati ai secoli e ai millenni passati, con forme di attività che impegnavano i lavoratori  in  quanto  schiavi  o,  in  successione  storica,  in  quanto  servi  della  gleba ?

Però, attenzione: in quelle organizzazioni del lavoro al signore-padrone, o vassallo che fosse, spettavano  gli  oneri  esclusivi  del  mantenimento,  del  vitto,  della  salute,  della  cura  post-incidenti,  il  tutto  per  lo  schiavo  stesso  e  talvolta  per  tutta  la  sua  famiglia.

Ancora,  attenzione:  in  quelle società vigevano pure gli istituti cosiddetti dei beni comuni, a partire dall’utilizzo gratuito dell’acqua, di alcune verdure e di altri prodotti naturali, nonché al trasporto  gratuito  da  e  verso  i  luoghi  fisici  presso cui  si  espletava  l’attività  lavorativa.

Osserviamo, invece, quanto accade oggi ad un nostro studente-tipo, impegnato obbligatoriamente  nelle  magnifiche,  eclatanti  e  progressive  attività  di  scuola-lavoro.

Come abbiamo scritto egli non viene remunerato in alcun modo, non ha diritto ad alcun rimborso spese, neppure delle spese di trasporto, deve pagare le tasse scolastiche a fronte anche di quelle ore divenute curriculari, deve comunque pagarsi, o far pagare alle proprie famiglie, il vitto ed ove richiesto  l’alloggio,  dovendo  far  fronte  all’acquisto  degli  strumenti  didattici  necessari.

Dobbiamo  concludere,  quindi, che queste subdole, inedite forme di sfruttamento giovanile, ancor più del proletariato giovanile,  sono addirittura le peggiori immaginate ed applicate dall’essere  umano  nella  sua  ultramillenaria  storia.

Il tutto a fronte di una pretesa, spesso aleatoria esigenza di anticipare ed abituare i giovani alle vere esperienze di lavoro.    Non  sembra,  invece,  che  tali  vessazioni  siano  finalizzate  ad  abituare i  giovani  studenti  ai  livelli  più  alti  e  più  brutali  dello  sfruttamento  padronale ?

La cronaca di molti, concreti casi di questo tipo di lavoro schiavistico ci racconta, inoltre, di mansioni qualitativamente non consone e non omogenee ai corsi di studio in itinere, con alunni impegnati in call-center, in negozi come commessi, in bar e ristoranti come camerieri ed altro ancora.  Senza minimamente intaccare la grande dignità di tali mansioni, ci si chiede quanti ragazzi le esercitino fuori dagli orari di studi, certo con salari bassi ma con salari, forse, è vero, senza oneri assistenziali e previdenziali. In quei casi, però, i relativi padroni sarebbero almeno perseguibili e sanzionabili per legge.

Come contraltare a questo tipo di esperienze, se ne verificano altre che pretenderebbero di simulare i processi di progettazione, statup, management a regime e gestione di un’azienda virtuale, sui cui esiti si andrebbe addirittura a misurare la capacità padronali di uno studente, nella pratica invece completamente estraneo alle logiche del profitto e all’esercizio dello sfruttamento capitalistico.  Queste esperienze, direttamente mutuate da idee progettuali di Confindustria o Confcommercio, in precedenza adottate in via sperimentale, agiscono come una sorta di adattatore ideologico  delle  energie  intellettuali  degli  studenti,  sottratte  così  ad  ogni  tentazione  egemonica da  parte  della  classe  operaia.

Non  meno  esecrabili sono ancora le esperienze che si realizzano nella pubblica amministrazione,  laddove  si  potrebbe  pensare  a  finalità  più  nobili, perché magari più socialmente utili.   Nulla di tutto ciò:  i  ragazzi  vengono utilizzati nei ruoli più sgraditi, legittimamente rifiutati dai lavoratori di ruolo, perché  neppure previsti nei contratti nazionali di lavoro.   Ruoli   che   prevedono  esclusivamente  mansioni  di  carattere  meramente  esecutivo,  non  solo,  ma  che  escludono  al  tempo  stesso  ogni  stratificazione  di  saperi  e di  saper-fare.

Analizziamo infine un ultimo aspetto, assolutamente non trascurabile.   Le ore riconvertite per la (s)pregevole attività scuola-lavoro sono state tutte sottratte all’orario dell’ordinamento scolastico, così come definito ed elaborato, corso per corso di studi, da generazioni e generazioni di accademici,  ricercatori, studiosi, docenti formati ad una scuola vera, almeno nel senso assegnato ad  essa  dalle  istituzioni  borghesi  cosiddette democratiche.    Quella scuola, avrebbero inneggiato gli  esegeti  del  secondo  risorgimento (?)  italiano,  conquistata  con la Resistenza, con la Costituzione  della Repubblica e con le lotte secolari dei lavoratori.   Quella scuola che avrebbe dovuto educare al sapere, allo sviluppo e all’utilizzo degli strumenti critici, non a banali, servili e tecnocratici competenze.

Se a commettere questo crimine politico non fosse lo Stato stesso, con leggi e normative approvate da parlamenti e governi spesso illegittimi, ma un privato cittadino, o una società privata, potremmo  certamente  parlare  e  scrivere  di  appropriazione  indebita.

L’appropriazione indebita di ore ed ore di didattica autentica, del loro valore inestimabile per migliaia  e  migliaia  di  giovani, di studenti della nostra Repubblica, una repubblica fondata sul lavoro,  non  certo  sullo schiavismo.

Anche in questo caso, come nel caso della sostanziale abrogazione delle libertà democratiche da essa stessa affermate, la borghesia monopolistica si incarica di scardinare una sua istituzione secolare,  motivando la sua ultima invenzione didattica addirittura con la pretesa di unificare la teoria con la pratica.

Peccato,  però,  che  i  comunisti  abbiano  a loro disposizione gli strumenti scientifici del marxismo-leninismo,  e  con  esso  del  materialismo  dialettico.

Peccato  che  Antonio  Gramsci  ci  abbia  insegnato  che  il  salto  epocale  che  permetterà  all’intera umanità di riunificare la pratica con la teoria si potrà realizzare solo con l’avvento del Comunismo, e ad avviare e portare a termine un tale compito potrà essere solo il proletariato internazionale.

 

Francesco Specchio